Informazioni personali

La mia foto
Collaboro dal 1993 con la rivista "Segnocinema". Amo l'appennino pistoiese, l'Aglianico del Vulture, i miei amici. Tengo per il Toro, e sono un lettore pressoché onnivoro. Ho scritto due romanzi, 'Ho una storia per te' e 'L'odore della polvere da sparo', entrambi pubblicati da Edizioni Spartaco.

martedì 18 marzo 2014

E che caso!

Antonio Canova, Amore e Psiche
E sì che molte cose ce le siamo dette, e che ci conosciamo tanto quasi come se fossimo ormai di famiglia. Che la nostra vita appassionata di lettori compulsivi e ossessivi e onnivori sia spesso decisa dall'incontro causale con questo o quel libro è un segreto di Pulcinella che ci siamo rivelato tante e tante volte.
Ma non è qui il vero piacere del nostro rapporto con scrittori e scrittrici, con libri e storie, con romanzi e saggi e biografie et et et...? Un rapporto che oserei definire, sintìti sintìti, sensuale e fisico come pochi altri e mo' lo dico e lo dico: persino erotico.

Massì, confessiamocelo che atteggiarsi a Casanova in un universo di libri ci rende felici. E ci inorgoglisce persino un po' se un giorno o un altro dalle pagine di qualche libro che abbiamo appena sfogliato e poi messo da parte e ripreso e poi riabbandonato sentiamo venir fuori una vocina indignata che, tra il lustro e il brusco, ci lancia addosso l'agnognato rimprovero: Dongiovanni, sei solo un dongiovanni.

Dongiovanni, per la miseria! Niente morale, perdinci e perbacco (ve lo ricordate perbacco baccone?). Niente falsi sensi di colpa. Una ne lascio e una ne prendo. Una ne finisco e una ne comincio. Per una che se ne va, ce ne sono mille che arrivano. Ogni lasciata è persa? No, che la riprendo quando voglio.
Di storie da leggere, dico.

E vabbè, finita questa sfuriata senza capo né coda: che c'entra di nuovo il caso? C'entra, c'entra. E siccome stasera sono un po' così, ora ve li racconto, i casi miei. Così poi, dopo, voi mi dite i casi vostri. E, visto che siamo quasi in famiglia, ognuno si fa i casi degli altri, invece di farsi  i casi suoi e basta. Che ognuno ce n'ha.

Immaginate dunque il traffico della Boccea alle sette e un quarto di mattina. I romani sanno cosa voglio dire. Tutti quanti gli altri di sicuro lo immaginano. In macchina (prenderei volentieri l'autobus ma gli orari sono ballerini, i tempi di percorrenza incogniti, gli spazi fruibili sui mezzi una pura astrazione) per rimanere più concentrato sulla guida ascolto il notiziario che è sempre quello che è. E così così che una bella mattina, ma di quelle belle, ci capita di sentire la simpatica voce francese (ah, j'adore!) di Pierre Lemaitre che alla incauta domanda dell'intervistatrice su cosa si aspetta ancora dopo i successi recenti del suo Ci rivediamo lassù risponde serafico e sornione: di conquistare i lettori italiani.

Bene, dico. Il ragazzo merita. Bella risposta. Bel tono. E poi. Il suo romanzo è ambientato negli anni della Grande guerra. Due amici. Storie così. Al terzo semaforo rosso già sto smaniando e sono nel bel mezzo di una tempesta ormonale (alla mia età?): devo prenderla, possederla al più presto. Quasi quasi lascio la macchina qui e scappo nella prima libreria e do sfogo alla mia turpe voglia. Già fantastico. La afferro, la accarezzo, la annuso, la porto a casa. E poi e poi. La mia copia di Ci rivediamo lassù (ahhh, volevo dire...) avrà il suo posto nel mio harem.

Pallareta
Aspettative non tradite. Un romanzo molto bello. Divorato. Quattro giorni insieme, come quella canzone di Checco Loy e Massimo Altomare che ascoltavo fino a farmi venire le bolle sui timpani qualche vita fa, durante un mitico campeggio alla Pallareta. Proprio - che emozione! - in quella struttura che vedete qui a destra (ma la strada allora non c'era).

Passa forse una settimana, e com'è e come non è e chissà se è normale, in via della Conciliazione combatto contro un altro improvviso assalto ormonale. Passo per caso vicino alla vetrina di una importante libreria e ve lo dico proprio: un lampo, un luccichio, un riverbero rosso. E io quando vedo rosso... E vuoi vedere che è proprio il Gesù di Jean-Christian Petitfils, che corteggio già da qualche mese? C'è solo un modo per averne conferma. Andatura ciondolante, Donegal calato un po' sulle ventitre, mani in tasca, occhio strizzato da miope incontinente (?) e spalle un po' in fuori. E chi potrà mai resistermi se ora entro?

Via. Che anche questa è fatta. Seicento pagine e dico seicento. Tutte affascinanti. Tanto che meritano una doppietta. Alla prima sottolineatura di matita bisognerà aggiungere quella dell'evidenziatore giallo.

Pochi giorni dopo, ma veramente pochi. Preso da incontenibile eccitazione (un mio conoscente, grande accademico e collezionista di dizionari, direbbe foia) ritorno in quella libreria. Niente luccichii né riverberi. Solo idee chiare. Questo e questo e quest'altro. Macché, brancico casualmente sugli scaffali e riprendo la via di casa con il primo volume di Un ebreo marginale di John P. Meier (che, apprendo dal risvolto, è probabilmente il più eminente studioso biblico della sua generazione. Mica pizza e fichi) e, questa sì che è bella ma proprio bella, con una copia del Quo vadis? di Henryk Sienkiewicz.



Romanzo che, ascoltatemi bene, durante la fanciullezza e l'adolescenza ho accuratamente (e quando dico accuratamente so bene quello che dico) evitato. E con un eroismo di cui non mi credevo capace perché - forse lo ricordate anche voi - non c'è stata suorina del catechismo o sussiegosa sacrestana amica di un'amica per caso (ah, il caso!) amica di famiglia che non abbia tentato nelle feste comandate (e, come da precetto, almeno una volta a Pasqua) di consigliarme/ve/cene la lettura. E, in premuroso soccorso alle già decisive truppe parrocchiali, tutte le bibliotechine scolastiche tutte ne facevano bella ma bella mostra.


Macché. Io ho resistito imperterrito, con questo romanzo che aleggiava sotto il mio naso passando da una amichetta all'altra; dalla ragazzina bionda con il caschetto modello Carrà a quella con un cespuglio di riccioli castani. Ahimé. È stata dura. Non so voi, ma io ho resistito. E, giustamente, quel caschetto e quei riccioli hanno preso altre vie.
Eh, se avessi saputo... Il Quo vadis? lo avrei non solo letto, ma lo avrei imparato a memoria. Mea culpa. Mea maxima culpa. 

Jack London
Poi le cose vanno come non ci si aspetta che vadano. Arriva un tempo e arriva un'età in cui si capitola. E di capitoli, mi pare, noi qui di famiglia ce ne intendiamo mica poco. Anche se, vi confesso, che capitolare tra questi capitoli di Sienkiewicz  non è fin qui (e siamo a metà delle quattrocentocinquanta pagine) cosa che mi stia spiacendo troppo. Anzi.

Però ne riparliamo, ne riparliamo. Perché, ora che mi ricordo, c'avrei sul caso un'altra cosa da raccontare. Un cosa che, dopo una quarantena durata anni e anni e anni, mi ha condotto - nientemeno - tra le pieghe e tra le pagine del mio adorato Jack London.

sabato 8 febbraio 2014

La passione, perbacco.

Non ci pensavo proprio a riparlare del pregiudizio. Un post mi sembrava più che sufficiente e poi, che dire, non è mica semplice stare sempre a rimestare nei propri difetti. Già, perché confessare di nutrire dei pregiudizi significa anche dover scoprire e rivelare la propria supponenza. E io, che volete, di farvi capire quanto sia supponente non ne ho punto voglia. Almeno non stasera.
Ovviamente, sia chiaro, parlo di cose che hanno a che fare con i libri. Che in generale non significa parlare dell'universo mondo ma, per quello che mi riguarda, poco ci manca.
Meglio allora pensare a dire quattro cose quattro sui libri letti di recente.


Ma il fatto è che i libri si accumulano e per mia fortuna le letture si susseguono a ritmo molto sostenuto (vorrei scrivere "febbrile", ma l'espressione fa ridere me per primo); e allora il libro più recente diventa quello che ho appena letto ieri o che sto leggendo oggi, e che leggerò domani e domani l'altro e così via.

E dunque? Di che libro parlare?
Ormai non lo so più. Potrei fare però una lista e ci sarebbero Augustus. Il romanzo dell'imperatore e Stoner, tutti e due di John Williams. A proposito di Stoner. Ah, che grande libro e che grande seconda di copertina. La leggo per la prima volta pigramente addossato allo scaffale di una libreria del centro. William Stoner ha una vita che sembra essere assai piatta e desolata eccetera eccetera e non sembra materia troppo promettente per un romanzo eccetera eccetera John Williams fa della vita di Stoner una storia appassionante, profonda e straziante eccetera eccetera.
E caspita, tre aggettivi tre che per me hanno un effetto pavloviano e mi viene l'acquolina in bocca. Lo prenderò, oh sì, questo libro sarà mio. Però, quella vita assai piatta e desolata. E se anche il libro è così? Meglio aspettare.

E passa ottobre, e passa novembre. E poi, come al solito, arriva dicembre e, tanto per citare (ma mica tanto), mi addormento come in un letargo. Altri libri intanto si sono sommati e altri post hanno cercato, ovviamente invano, di vedere la luce.
Poi, una sera, ancora in una libreria del centro. Giro e prendo. Limonov di Emmanuel Carrère (bella biografia, ma come scrittore Limonov è scadente, checché ne dica o ne lasci intendere Carrére. Diario di un fallito è esageratamente sopravvalutato), e poi Il sole dell'avvenire di Valerio Evangelisti (ah, il romanzo storico come piace a me), e tre o quattro volumi della collana (collana? si può dire?) Il romanzo di Roma e qualche altro romanzo di cui, fra qualche riga capirete perché, taccio il titolo.

Dunque è il momento fatale di avvicinarsi alla cassa. Il momento nel quale, più che in altri, si fanno i conti con i propri sensi di colpa. Saranno sui cento euro. Mannò mannò (per i puristi: ma no, ma no) che non si può più andare avanti così. La settimana scorsa stessa storia. Così non si può proprio continuare. E che diamine. Un limite ci deve pur essere.

Il peso dei pensieri e quello dei libri non mi impedisce però di fermarmi ancora e per l'ennesima volta nel corso di questo (ormai alle spalle) autunno davanti alla copertina di Stoner. Eccolo lì. E che si fa ora? Niente. Perché, fortunatamente per l'economia familiare, ho le mani occupate.

"È bellissimo. Glielo consiglio proprio. Un romanzo bellissimo".
Alzo gli occhi.
Una donna bellissima almeno come il romanzo di Williams (che a questo punto, lo so, prenderò senza indugio e scrupolo) accompagna la sua voce suadente con un sorriso dolce.
"Ah, sì. Lo so. È da qualche mese che ci giro intorno...", cerco di rispondere tra il sorpreso e l'imbranato.
"Lo legga. Glielo consiglio..."
"Ma lascia stare il signore. Non stare lì a importunarlo. Che ne sai se è interessato a quel libro?".
La voce questa volta è, purtroppo, maschile.
"Ma sono sicura che gli piacerà. Ne sono sicura".
Allora dico grazie. Ricambio il saluto e per qualche secondo me ne sto a guardare lui e lei mentre se ne vanno, tra gli spazi della libreria, incontro alla loro storia. E chissà che tipo di storia sia.

Poi abbandono quei tre o quattro volumi di cui vi dicevo prima e di cui è cosa giusta  e pia tacere il titolo (bisogna avere pudore nel nominare i libri che - anche se momentaneamente - si abbandonano al loro destino), e prendo il mio Stoner.
Vorrei dire adesso a quella bella e premurosa donna che aveva ragione. Mi è piaciuto proprio, ma proprio proprio. E all'estensore della seconda di copertina che, per la miseria, ma c'è la vita, la vita, dico, nelle pagine di questo romanzo. Altro che. La vita in tutte le sue pieghe (ma si può dire?). E la passione. La passione, perbacco. A quell'uomo preoccupato di non farmi importunare invece non dico niente. Ecco.

Ma parlavo, all'inizio, del pregiudizio...
Ho però già esaurito spazio e tempo e quindi vi lascio in pace. Comunque, se vi interessa, il pregiudizio  ha avuto come bersaglio per tutti questi lunghissimi anni (parentesi universitaria compresa e, aggiungo: ahimè, che così non doveva essere) il libro e lo scrittore che vedete in apertura e in chiusura di questo post.

Ma chi, Curzio Malaparte? Già, Curzio Malaparte. Un grande scrittore, credetemi. Grandissimo.
E pensare che...