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Collaboro dal 1993 con la rivista "Segnocinema". Amo l'appennino pistoiese, l'Aglianico del Vulture, i miei amici. Tengo per il Toro, e sono un lettore pressoché onnivoro. Ho scritto due romanzi, 'Ho una storia per te' e 'L'odore della polvere da sparo', entrambi pubblicati da Edizioni Spartaco.

domenica 10 settembre 2017

Sera di Tramutola

In un post di cinque anni fa scrivevo della particolare estraneità che avevo - e che ancora ho  - con Ernest Hemingway. Questo nonostante il fatto che la generazione di lettori precedente alla mia debba a lui molto della propria formazione e del proprio amore per la letteratura. Americana, ma non solo.

In tutto questo tempo che, sia detto con il dovuto rispetto per la retorica d'occasione, scivola via lento io mi sono abituato alla pazienza con la quale lo spirito di Ernest aleggia nelle mie giornate di lettore attratto da altro.

E da quando ho ascoltato Corrente del golfo, la bella canzone di Luciano Ceri (https://youtu.be/SNGIcXSCVQw), mi sono convinto ancora di più che Hemingway mi aspetta con la calma di chi sa cosa dire e come dirlo. Per questo aleggia. Saggio. Sornione. Tanto dalla sua ha l'eternità. Dunque un giorno scoprirò quello che le sue pagine mi stanno riservando e avrò anche io l'occasione di chiedergli questo e quello.

Parlo con una serena mestizia di Hemingway per cercare di portare il discorso su un versante che è personalissimo e che non so quanto (e neppure a chi) di questa tempi possa interessare. Ma è un rischio da correre.

Devo dunque raccontare un'altra cosa, e poi cercare in qualche modo  di portare tutto a unità.

Poco più di un mese fa ho avuto la bella opportunità, visto che ero a Potenza, di visitare un paio di paesi della mia Basilicata. In particolare Brienza (che è proprio bella) e Tramutola dove con massimo piacere ho rivisto Antonello Saiz, della libreria "Diari di bordo" di Parma, e dove oltre ad Annamaria Grieco ho conosciuto un nutrito gruppo di persone appassionate di libri e di lettura.

Galeotto è stato il libro e chi lo ha scritto. Voglio dire che quella sera a Tramutola Antonello Saiz ha voluto farmi l'onore grande di leggere con commovente passione pagine di L'odore della polvere da sparo, e tutte le altre persone presenti si sono impegnate al massimo per stimolare una discussione intorno a quelle pagine.

Ma per me, ancora una volta, è stata l'occasione d'oro per parlare di altre pagine.

Vi ricordate il libro VIII dell'Odissea, quello nel quale Demodoco canta dinanzi ai Feaci e al loro ospite straniero la storia di Odisseo e dell'inganno del cavallo e a udire quella storia che lui stesso ha chiesto fosse cantata, "Odisseo si struggeva, le lacrime gli bagnavano le guance sotto le palpebre"?

Ma non ci pensate mai? Odisseo, il polytropos, l'uomo dai molti percorsi e dal multiforme ingegno, l'eroe dalle mille astuzie e dalle innumerevoli risorse, colui che "di molti uomini vide le città" piange come una monaca che ascolti il racconto delle piaghe di nostro Signore.


E chissà quante volte vi sarete posti la domanda di come questo sia possibile. Guardate che una risposta c'è ed è affascinante. A volerla cercare - e ne vale la pena - è nello splendido libro di Adriana Cavarero Tu che mi guardi, tu che mi racconti.

Bene. Odisseo piange perché in quella storia riconosce sé stesso. E a me non sembra per niente cosa da poco perché alzi la mano chi non ha mai pensato (non detto, ché queste sono cose privatissime, ma pensato) leggendo un romanzo: questa è come se fosse la mia storia. Il che è come dire: questa è la mia storia.

E quanti, per fare un salto acrobatico in avanti, leggendo l'Antologia di Spoon River non sono rimasti commossi o interdetti nel cogliere in una di quelle vite raccontate dalla prospettiva dell'eternità la propria vita attuale?

Così, quella lunga  e piacevole serata di Tramutola è trascorsa a parlare di libri, soprattutto di altri libri. Come piace a me. E non solo perché ho incorniciato e tengo in bella vista quella imprescindibile ammissione di Jorge Luis Borges ("Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto, io sono orgoglioso delle pagine che ho letto"), ma perché mi pare di capire che oggi affidarsi alla grande letteratura sia una forma di Resistenza. Forse l'unica che abbiamo.

Vorrei non essere apocalittico. Vorrei. Ma intanto non trovo altra via da seguire, per sentirmi libero dalla connessione perenne, dall'oceano di sgrammaticate e confuse parole in libertà (segno di sgrammaticato e confuso pensiero), dall'insulso anteporre il proprio sapere, per quanto dilettantesco, a qualunque altro Sapere, se non quella di rifugiarmi nella letteratura che per me è vera e grande. Bestemmio se dico che ho bisogno di Omero, Virgilio, Dante, Cervantes, Montaigne, Shakespeare e Dickens e Dostoevskij e Kafka e Sciascia e Thomas Mann e Joyce e Proust e Simenon e Claudio Magris e George Steiner? Bestemmierò pure, di questi tempi, ma questo è il mio modo di resistere. E ovviamente, un grazie di cuore ad Antonello Saiz, ad Annamaria Grieco e a tutti quelli che in una tranquilla sera d'estate, in un piccolo paese della Lucania, mi hanno detto che sì, anche questo oggi significa resistere. 


Dimenticavo: nel frattempo mi è venuta in mente una lunga lista di domande per Hemingway.  Eh sì, ho proprio tante cose da chiedergli.



1 commento:

  1. ...e Petrarca, Seneca, Leopardi, Dumas...Un modo di resistere e di esistere. Un abbraccio.

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