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Collaboro dal 1993 con la rivista "Segnocinema". Amo l'appennino pistoiese, l'Aglianico del Vulture, i miei amici. Tengo per il Toro, e sono un lettore pressoché onnivoro. Ho scritto due romanzi, 'Ho una storia per te' e 'L'odore della polvere da sparo', entrambi pubblicati da Edizioni Spartaco.

sabato 3 settembre 2016

Di librai-lettori. Di librai e lettori

Quando ero ancora un ragazzino, nella mia piccola città esistevano almeno un paio di librerie  grandi e fornitissime. Con scaffali che a me parevano enormi e che sicuramente contenevano migliaia di libri. Com'era giusto che fosse, avevano anche bellissime vetrine davanti alle quali io mi incantavo a guardare tutti quei libri e a pensare a quale potesse essere il modo migliore per poterli, un giorno, comprare tutti. E leggerli tutti.

Quasi sempre sporgevo lo sguardo un po' oltre e quasi sempre incrociavo la persona che tra quei volumi si aggirava toccandoli, sfogliandoli, cambiandoli di posto.

Provavo un sentimento misto di invidia, ammirazione, terrore. E mi dicevo che a fare i librai doveva essere davvero una bella fortuna. Avrei potuto chiedere al diretto interessato se davvero fosse così. Ma, come già detto, accanto all'invidia e all'ammirazione provavo anche un pizzico di terrore.

Vi immaginate, entrare in quell'universo e chiedere al suo creatore e custode notizie sulla sua felicità e fortuna? No, guardate, mi sono sempre fermato un passo al di qua. Anche perché ogni volta che entravo in  una di quelle librerie ero costretto a rendermi conto che quelle persone (i librai, voglio dire) erano uomini adulti immersi nel loro lavoro.

Ma una cosa non ho mai potuto evitare di dire a me stesso: beati loro che leggono tutti questi libri. Non me lo chiedevo. Era per me una verità e una condizione ovvia. Perché, nell'ottimismo della fanciullezza, pensavo di vivere in un Paese mediamente civile. Almeno mediamente. E in un Paese mediamente civile, i librai leggono i libri che hanno voglia di vendere.

Poi il tempo è passato. Non sono riuscito a trovare il sistema giusto per comprare tutti quei libri, ma in un modo o in un altro i libri li compro e li leggo. Non tutti quelli che compro, ovvio. Mi ci vorrebbe questa vita e l'altra che mi capiterà di vivere nella mia prossima reincarnazione. E ho sperimentato che purtroppo, nella generalità delle cose, non siamo un Paese mediamente civile.

Nella generalità delle cose. Ma la bellezza non sta nella generalità. Sta nelle cose piccole, forse nascoste. Nei desideri mossi dalla consapevolezza che in questi nostri giorni il compito che abbiamo è quello di resistere. A cosa? Vedete un po' voi.

E cosa c'entra tutto questo con il mio blog dove cerco ogni tanto di parlare di libri? C'entra eccome. Perché in questi giorni ho letto tre libri bellissimi (una trilogia, pensate, e io adoro le trilogie) di uno scrittore americano che si chiama Kent Haruf.

E questi libri li ho scoperti frequentando, per uno dei casi della vita, una libreria di Parma che si chiama Diari di bordo. Lì ci ho trovato Alice e Antonello che sono entrambi l'anima e il cuore, le mente e il braccio della libreria.

Ma dov'è la novità? Perbacco! La novità sta nel fatto che si entra in libreria e si chiede cosa si può leggere di bello. Anzi, veramente, si chiede: cosa posso leggere io di bello? Alice e Antonello, che confidano nei tempi lunghi necessari per conoscere le persone consigliano i libri adatti a ognuno. Libri che loro hanno letto e libri che a loro sono piaciuti. E, per quel che mi riguarda, sanno centrare il bersaglio.

Altra sottigliezza: non cercate di estorcere un consiglio sull'ultimo bestseller. Nisba. Niente da fare. Se resistere è la parola d'ordine...

Vorrei essere chiaro. Questo post è una sfegatata pubblicità alla libreria di Alice e di Antonello e al loro modo di essere librai-lettori. Cosa che io adoro.

E fatemi una cortesia: se capitate dalle parti di Parma (e se non avete occasione di capitarci allora andateci di proposito) passate ai Diari di bordo. Credetemi, è un'avventura dello spirito. Che poi ci trovate anche un sacco di persone-lettori da cui sarà difficile staccarvi.
E così anche voi proverete l'ebbrezza, necessaria, di essere "resistenti".

P.S.: come, non ho parlato della  Trilogia della pianura (Benedizione, Il canto della pianura, Crepuscolo) di Kent Haruf? Maddài, state dicendo sul serio?



domenica 24 maggio 2015

La terza? Non era prevista

Se qualcuno solo un  paio di mesi fa mi avesse detto che il mio lungo silenzio sarebbe stato interrotto con un post su Stephen King gli avrei risposto: "difficile!".
Difficile perché fino a quel momento ero il lettore di un solo romanzo di King, e anche per dovere diciamo morale più che professionale. La metà oscura era capitato tra le mie mani all'epoca in cui era uscito il film.
E così, poiché il film era di George A. Romero, ecco che l'ho letto, riletto e pure sottolineato. Ma che volete farci. Allora ero giovane e a certe cose ci tenevo. Più per me che per gli altri. Forse.
Vabbè, detto che il libro non mi era dispiaciuto, anzi, andiamo avanti.

Siamo arrivati a marzo 2015 e penso che è trascorso un anno tutto intero (sabbatico?) dalla mia ultima apparizione su questo blog.
Qualche senso di colpa, ma poi non tanti in verità. Perché tutto il tempo mi era servito per finire il mio, di romanzo, la cui copertina vedete in bella mostra nel blog.
Allora ho creduto che, concluso quello che dovevo concludere, fosse opportuno rituffarmi in qualche lettura abbandonata da tempo, e chissà perché (una frase carpita da qualche discussione altrui? un rigo letto di sfuggita qua e là?) riprendo il James Ellroy di American Tabloid.

C'entra di sicuro l'interesse per il romanzo e per la Storia e poi, chissà, anche per i primi anni Sessanta e per l'evento che forse più di tutti li ha destabilizzati. Leggo pagine e pagine, e penso che sull'argomento non mi sono lasciato sfuggire, anni fa e ancora nella edizione Pironti, Libra di Don DeLillo.
Ma leggere un libro mentre con il pensiero si va a un altro rende le cose difficili. E io che a volte non mi accontento delle  difficoltà semplici (non si semplifica ciò che è complicato, je crois) e che dunque vado oltre, leggo American Tabloid mentre penso a Libra mentre mi chiedo se da qualche parte possa esserci un altro romanzo che racconti l'affaire Kennedy. Diventa tutto abbastanza complicato o c'è qualche altra cosa da fare?

Comunque scopro che un altro romanzo c'è. Anzi, a dire il vero, "ricordo" che un altro romanzo c'è. Ma purtroppo, mi dico, è di Stephen King. E a me l'horror piace al cinema e non tra le pagine. Confesso.
Poi, mi dico, che tra tanti spiccioli lasciati inutilmente in questa o quella libreria cosa mi cambia se vado a lasciarne altri per prendere e portare a casa 22/11/'63? E cosa volete che cambi. Visto che è in edizione economica basta pensare di aver invitato un paio di amici a prendere un aperitivo da qualche parte. Già, basta pensare.

E dunque eccoci qui con il tomo tra le mani. La prima pagina va via in un tempo da primatista mondiale.
Ma com'è che non sento nessun prurito o tensione nelle mani che prelude al desiderio di abbandonarlo, questo libro? Mah. La seconda e la terza pagina confermano i tempi di lettura da record della prima. E qui, perdonatemi, ci vuole una pausa caffè. Lascio il libro sulla scrivania e vado in cucina. La preparazione è accurata. Acqua fino a dove si deve, polvere di caffè senza pressione esagerata eccetera. Ma alla quarta pagina e alla quinta, massimo alla sesta (penso mentre metto la macchinetta sul fuoco) arriverà l'intoppo e lo abbandonerò al suo destino questo libro sui viaggi nel tempo.

Intanto ci vogliono ancora diversi minuti perché il caffè sia pronto, e allora lo lascio incustodito e me ne vado a leggere la famigerata pagina quattro e la cinque e la sei. Non succede niente di quello che m'aspettavo e forse desideravo, e quando comincio a sentire un vago odore di bruciato mi rifiondo in cucina. Il caffè, o quello che resta del caffè, è da buttare. Vabbè, del resto non ne avevo neppure voglia.

Cosa succede nelle ore successive? Succede che arrivato a pagina duecento non vedo l'ora di finirlo, questo benedetto romanzo. Per cominciare a rileggerlo. Sintetizzo perché sono andato già oltre: il fine settimana lo passo incollato alla sedia, svaccato sul divano, raggomitolato sulla poltrona.

Cosa avrei dato per essere io il primo a leggere il tema di Harry Dunning! E per essere seduto a quel tavolo a mangiare gli hamburger da due soldi di Al e sentirlo raccontare della sua malattia e del perché quegli hamburger nel suo locale costano da sempre pochi spiccioli. Come avrei risposto alla sua domanda "lo sai che cos'è un 'momento spartiacque', compare?". Mi sarei messo a ridere? A piangere? No, a piangere no, non sono mai stato un uomo facile alle lacrime.

E poi, sentite, quando mi avrebbe detto che avrei potuto cambiare la storia e che John Kennedy poteva salvarsi...

Bene. Ora 22/11'63 è qui ancora sulla scrivania e appena finito di leggere Duma Key mi ci rituffo dentro, e questa volta con il mezzo dollaro che devo ricordarmi di dare a... Ma no, non vi tolgo la sorpresa.
E intanto in dieci giorni sono passato Da Shining a Misery a Dolores Claiborne alla Storia di Lisey a Duma Key e alle mie spalle c'è uno scaffale che nel frattempo si è riempito di mooolto King (ma vorrei dire di Stephen, ché nel frattempo siamo diventati amici). E dannazione, mi devo procurare a ogni costo Cuori in Atlantide.

Ah, ma prima di andare via devo dirvi altre due cose.
La prima: ma sarà poi vero che dietro ogni insegnante di letteratura c'è uno scrittore frustrato? Io ho paura a rispondere. E voi che dite?
E la seconda?
Ah, la seconda. 22/11/'63 è un capolavoro. E Stephen King, mi pare di capire, quando vuole riesce a essere un grande scrittore. Ma questa è già la terza. E non era prevista.

martedì 18 marzo 2014

E che caso!

Antonio Canova, Amore e Psiche
E sì che molte cose ce le siamo dette, e che ci conosciamo tanto quasi come se fossimo ormai di famiglia. Che la nostra vita appassionata di lettori compulsivi e ossessivi e onnivori sia spesso decisa dall'incontro causale con questo o quel libro è un segreto di Pulcinella che ci siamo rivelato tante e tante volte.
Ma non è qui il vero piacere del nostro rapporto con scrittori e scrittrici, con libri e storie, con romanzi e saggi e biografie et et et...? Un rapporto che oserei definire, sintìti sintìti, sensuale e fisico come pochi altri e mo' lo dico e lo dico: persino erotico.

Massì, confessiamocelo che atteggiarsi a Casanova in un universo di libri ci rende felici. E ci inorgoglisce persino un po' se un giorno o un altro dalle pagine di qualche libro che abbiamo appena sfogliato e poi messo da parte e ripreso e poi riabbandonato sentiamo venir fuori una vocina indignata che, tra il lustro e il brusco, ci lancia addosso l'agnognato rimprovero: Dongiovanni, sei solo un dongiovanni.

Dongiovanni, per la miseria! Niente morale, perdinci e perbacco (ve lo ricordate perbacco baccone?). Niente falsi sensi di colpa. Una ne lascio e una ne prendo. Una ne finisco e una ne comincio. Per una che se ne va, ce ne sono mille che arrivano. Ogni lasciata è persa? No, che la riprendo quando voglio.
Di storie da leggere, dico.

E vabbè, finita questa sfuriata senza capo né coda: che c'entra di nuovo il caso? C'entra, c'entra. E siccome stasera sono un po' così, ora ve li racconto, i casi miei. Così poi, dopo, voi mi dite i casi vostri. E, visto che siamo quasi in famiglia, ognuno si fa i casi degli altri, invece di farsi  i casi suoi e basta. Che ognuno ce n'ha.

Immaginate dunque il traffico della Boccea alle sette e un quarto di mattina. I romani sanno cosa voglio dire. Tutti quanti gli altri di sicuro lo immaginano. In macchina (prenderei volentieri l'autobus ma gli orari sono ballerini, i tempi di percorrenza incogniti, gli spazi fruibili sui mezzi una pura astrazione) per rimanere più concentrato sulla guida ascolto il notiziario che è sempre quello che è. E così così che una bella mattina, ma di quelle belle, ci capita di sentire la simpatica voce francese (ah, j'adore!) di Pierre Lemaitre che alla incauta domanda dell'intervistatrice su cosa si aspetta ancora dopo i successi recenti del suo Ci rivediamo lassù risponde serafico e sornione: di conquistare i lettori italiani.

Bene, dico. Il ragazzo merita. Bella risposta. Bel tono. E poi. Il suo romanzo è ambientato negli anni della Grande guerra. Due amici. Storie così. Al terzo semaforo rosso già sto smaniando e sono nel bel mezzo di una tempesta ormonale (alla mia età?): devo prenderla, possederla al più presto. Quasi quasi lascio la macchina qui e scappo nella prima libreria e do sfogo alla mia turpe voglia. Già fantastico. La afferro, la accarezzo, la annuso, la porto a casa. E poi e poi. La mia copia di Ci rivediamo lassù (ahhh, volevo dire...) avrà il suo posto nel mio harem.

Pallareta
Aspettative non tradite. Un romanzo molto bello. Divorato. Quattro giorni insieme, come quella canzone di Checco Loy e Massimo Altomare che ascoltavo fino a farmi venire le bolle sui timpani qualche vita fa, durante un mitico campeggio alla Pallareta. Proprio - che emozione! - in quella struttura che vedete qui a destra (ma la strada allora non c'era).

Passa forse una settimana, e com'è e come non è e chissà se è normale, in via della Conciliazione combatto contro un altro improvviso assalto ormonale. Passo per caso vicino alla vetrina di una importante libreria e ve lo dico proprio: un lampo, un luccichio, un riverbero rosso. E io quando vedo rosso... E vuoi vedere che è proprio il Gesù di Jean-Christian Petitfils, che corteggio già da qualche mese? C'è solo un modo per averne conferma. Andatura ciondolante, Donegal calato un po' sulle ventitre, mani in tasca, occhio strizzato da miope incontinente (?) e spalle un po' in fuori. E chi potrà mai resistermi se ora entro?

Via. Che anche questa è fatta. Seicento pagine e dico seicento. Tutte affascinanti. Tanto che meritano una doppietta. Alla prima sottolineatura di matita bisognerà aggiungere quella dell'evidenziatore giallo.

Pochi giorni dopo, ma veramente pochi. Preso da incontenibile eccitazione (un mio conoscente, grande accademico e collezionista di dizionari, direbbe foia) ritorno in quella libreria. Niente luccichii né riverberi. Solo idee chiare. Questo e questo e quest'altro. Macché, brancico casualmente sugli scaffali e riprendo la via di casa con il primo volume di Un ebreo marginale di John P. Meier (che, apprendo dal risvolto, è probabilmente il più eminente studioso biblico della sua generazione. Mica pizza e fichi) e, questa sì che è bella ma proprio bella, con una copia del Quo vadis? di Henryk Sienkiewicz.



Romanzo che, ascoltatemi bene, durante la fanciullezza e l'adolescenza ho accuratamente (e quando dico accuratamente so bene quello che dico) evitato. E con un eroismo di cui non mi credevo capace perché - forse lo ricordate anche voi - non c'è stata suorina del catechismo o sussiegosa sacrestana amica di un'amica per caso (ah, il caso!) amica di famiglia che non abbia tentato nelle feste comandate (e, come da precetto, almeno una volta a Pasqua) di consigliarme/ve/cene la lettura. E, in premuroso soccorso alle già decisive truppe parrocchiali, tutte le bibliotechine scolastiche tutte ne facevano bella ma bella mostra.


Macché. Io ho resistito imperterrito, con questo romanzo che aleggiava sotto il mio naso passando da una amichetta all'altra; dalla ragazzina bionda con il caschetto modello Carrà a quella con un cespuglio di riccioli castani. Ahimé. È stata dura. Non so voi, ma io ho resistito. E, giustamente, quel caschetto e quei riccioli hanno preso altre vie.
Eh, se avessi saputo... Il Quo vadis? lo avrei non solo letto, ma lo avrei imparato a memoria. Mea culpa. Mea maxima culpa. 

Jack London
Poi le cose vanno come non ci si aspetta che vadano. Arriva un tempo e arriva un'età in cui si capitola. E di capitoli, mi pare, noi qui di famiglia ce ne intendiamo mica poco. Anche se, vi confesso, che capitolare tra questi capitoli di Sienkiewicz  non è fin qui (e siamo a metà delle quattrocentocinquanta pagine) cosa che mi stia spiacendo troppo. Anzi.

Però ne riparliamo, ne riparliamo. Perché, ora che mi ricordo, c'avrei sul caso un'altra cosa da raccontare. Un cosa che, dopo una quarantena durata anni e anni e anni, mi ha condotto - nientemeno - tra le pieghe e tra le pagine del mio adorato Jack London.

sabato 8 febbraio 2014

La passione, perbacco.

Non ci pensavo proprio a riparlare del pregiudizio. Un post mi sembrava più che sufficiente e poi, che dire, non è mica semplice stare sempre a rimestare nei propri difetti. Già, perché confessare di nutrire dei pregiudizi significa anche dover scoprire e rivelare la propria supponenza. E io, che volete, di farvi capire quanto sia supponente non ne ho punto voglia. Almeno non stasera.
Ovviamente, sia chiaro, parlo di cose che hanno a che fare con i libri. Che in generale non significa parlare dell'universo mondo ma, per quello che mi riguarda, poco ci manca.
Meglio allora pensare a dire quattro cose quattro sui libri letti di recente.


Ma il fatto è che i libri si accumulano e per mia fortuna le letture si susseguono a ritmo molto sostenuto (vorrei scrivere "febbrile", ma l'espressione fa ridere me per primo); e allora il libro più recente diventa quello che ho appena letto ieri o che sto leggendo oggi, e che leggerò domani e domani l'altro e così via.

E dunque? Di che libro parlare?
Ormai non lo so più. Potrei fare però una lista e ci sarebbero Augustus. Il romanzo dell'imperatore e Stoner, tutti e due di John Williams. A proposito di Stoner. Ah, che grande libro e che grande seconda di copertina. La leggo per la prima volta pigramente addossato allo scaffale di una libreria del centro. William Stoner ha una vita che sembra essere assai piatta e desolata eccetera eccetera e non sembra materia troppo promettente per un romanzo eccetera eccetera John Williams fa della vita di Stoner una storia appassionante, profonda e straziante eccetera eccetera.
E caspita, tre aggettivi tre che per me hanno un effetto pavloviano e mi viene l'acquolina in bocca. Lo prenderò, oh sì, questo libro sarà mio. Però, quella vita assai piatta e desolata. E se anche il libro è così? Meglio aspettare.

E passa ottobre, e passa novembre. E poi, come al solito, arriva dicembre e, tanto per citare (ma mica tanto), mi addormento come in un letargo. Altri libri intanto si sono sommati e altri post hanno cercato, ovviamente invano, di vedere la luce.
Poi, una sera, ancora in una libreria del centro. Giro e prendo. Limonov di Emmanuel Carrère (bella biografia, ma come scrittore Limonov è scadente, checché ne dica o ne lasci intendere Carrére. Diario di un fallito è esageratamente sopravvalutato), e poi Il sole dell'avvenire di Valerio Evangelisti (ah, il romanzo storico come piace a me), e tre o quattro volumi della collana (collana? si può dire?) Il romanzo di Roma e qualche altro romanzo di cui, fra qualche riga capirete perché, taccio il titolo.

Dunque è il momento fatale di avvicinarsi alla cassa. Il momento nel quale, più che in altri, si fanno i conti con i propri sensi di colpa. Saranno sui cento euro. Mannò mannò (per i puristi: ma no, ma no) che non si può più andare avanti così. La settimana scorsa stessa storia. Così non si può proprio continuare. E che diamine. Un limite ci deve pur essere.

Il peso dei pensieri e quello dei libri non mi impedisce però di fermarmi ancora e per l'ennesima volta nel corso di questo (ormai alle spalle) autunno davanti alla copertina di Stoner. Eccolo lì. E che si fa ora? Niente. Perché, fortunatamente per l'economia familiare, ho le mani occupate.

"È bellissimo. Glielo consiglio proprio. Un romanzo bellissimo".
Alzo gli occhi.
Una donna bellissima almeno come il romanzo di Williams (che a questo punto, lo so, prenderò senza indugio e scrupolo) accompagna la sua voce suadente con un sorriso dolce.
"Ah, sì. Lo so. È da qualche mese che ci giro intorno...", cerco di rispondere tra il sorpreso e l'imbranato.
"Lo legga. Glielo consiglio..."
"Ma lascia stare il signore. Non stare lì a importunarlo. Che ne sai se è interessato a quel libro?".
La voce questa volta è, purtroppo, maschile.
"Ma sono sicura che gli piacerà. Ne sono sicura".
Allora dico grazie. Ricambio il saluto e per qualche secondo me ne sto a guardare lui e lei mentre se ne vanno, tra gli spazi della libreria, incontro alla loro storia. E chissà che tipo di storia sia.

Poi abbandono quei tre o quattro volumi di cui vi dicevo prima e di cui è cosa giusta  e pia tacere il titolo (bisogna avere pudore nel nominare i libri che - anche se momentaneamente - si abbandonano al loro destino), e prendo il mio Stoner.
Vorrei dire adesso a quella bella e premurosa donna che aveva ragione. Mi è piaciuto proprio, ma proprio proprio. E all'estensore della seconda di copertina che, per la miseria, ma c'è la vita, la vita, dico, nelle pagine di questo romanzo. Altro che. La vita in tutte le sue pieghe (ma si può dire?). E la passione. La passione, perbacco. A quell'uomo preoccupato di non farmi importunare invece non dico niente. Ecco.

Ma parlavo, all'inizio, del pregiudizio...
Ho però già esaurito spazio e tempo e quindi vi lascio in pace. Comunque, se vi interessa, il pregiudizio  ha avuto come bersaglio per tutti questi lunghissimi anni (parentesi universitaria compresa e, aggiungo: ahimè, che così non doveva essere) il libro e lo scrittore che vedete in apertura e in chiusura di questo post.

Ma chi, Curzio Malaparte? Già, Curzio Malaparte. Un grande scrittore, credetemi. Grandissimo.
E pensare che...

mercoledì 18 settembre 2013

Altro che i pigri di oggidì

E come la mettiamo quando capitano quei periodi nei quali le nostre giornate sono invase da libri straordinari? È il sogno di ogni lettore, lo so. E beato quel lettore a cui tocca la sorte di sperimentare questi periodi.
Beato me, dunque.

Quindi lasciamo pure stare che per lunghi mesi (quanti?) non ho scritto neanche una sillaba che è una in questo blog. Non concentriamoci neppure sul fatto che mi sono ripiegato quasi quotidianamente (proprio così, proprio così) nei miei pensieri più elevati per confermare a me stesso con lucida acribia che sì,  sono un pigro d'altri tempi.
Ma perché, mi chiederete voi, com'erano i pigri d'altri tempi?

Eh, signori miei, visto che me lo chiedete con tanta insistenza io ora ve lo dico. Quelli sì che sapevano bene come crogiolarsi nel fare niente.
Altro che i pigri di oggidì (mi si perdoni il toscanismo quasi...collodiano) che stanno sempre lì, sofferenti, a martellarsi l'anima che il tempo, il tempo è denaro e quindi e quindi ogni minuto di pausa è un peccato, una colpa, un delitto. E che se oggi mi sono concesso un pisolino sull'amaca di quel giardino, anatema a me! E se proprio voglio fare il blogger (cosa voglio fare?) - mi suggerisce decisa la vocina di uno di questi pigri d'oggi - devo bloggare e postare, bloggare e postare.

E se invece io, guarda un po', non bloggo non posto e non lascio traccia su traccia su traccia delle mie ore, dei miei minuti, dei miei secondi in questo universo della rete che non conosce attimo di sosta ebbene, perché non abbandono tutto e non me ne vado in una comune a intrecciare canestri di vimini e a salmodiare qualche benefica litania?

Magari sì. Magari ci vado veramente. Non  per sfuggire alla rete, beninteso. Perché io no. Io alla velocità della rete che chiede e impone velocità non ci penso. Nemmeno per sogno. Ci mancherebbe. Passa il tempo? E lasciamolo passare. Ma poi chissà se è vero che passa. E mentre il tempo passa (chissà se passa) io non ho prodotto al ritmo che è questo ritmo? Ecchissene.
"C'ho na certa", si dice a Roma quando si vuol dire che la propria età comincia a diventare di tutto rispetto. Proprio quest'età, che poi è la mia, credo che mi conceda un che di privilegio contemplativo.
Calma, Woyzeck, calma.

Comunque, dicevo. Io sono talmente pigro che per non costringermi a scrivere (costa fatica, ossissì, costa fatica), che faccio? Ma leggo, ovvio. Non beatamente disteso su quell'amaca perché non ho il giardino e perché al parco pubblico mi dicono che non si può. Ma via, sulla mia chester bordeaux che più inglese non si può, e che mia moglie mi ha regalato per i miei cinquant'anni, quelle lunghe ore con un libro in mano ci stanno proprio bene.

Poi, se un giorno ne avrò voglia, vi racconterò dell'artigiano che me l'ha fatta, la poltrona: che non pensassi nemmeno a chiedergli in quanto tempo l'avrebbe terminata, ché lui lavora quando gli viene l'ispirazione. Inglese sì, ma capace di dire pane al pane. E ditemi se le premesse non erano buone già in origine.

Dunque, pur di rinviare la scrittura (qualsiasi scrittura, di post su questo blog e del nuovo romanzo di cui, ogni tanto e timidamente, l'editore mi chiede novella) sono passato da questo scrittore a quell'altro. Da questo titolo a quell'altro.

Ditemi un po', per esempio: avete letto Paolo Rumiz? No perché, se ancora non lo avete fatto, vi intimo di correre in libreria e di prendere almeno...almeno...ma no, prendeteli tutti. E da dove cominciare? Via, un consiglio ve lo posso anche dare, che tra amici non bisogna fare complimenti. Tenete però presente che è un consiglio assolutamente di parte.

Ma voi lo sapete che La leggenda dei monti naviganti è assolutamente straordinario? Saranno le montagne, e forse soprattutto gli Appennini; sarà che qui e là spuntano personaggi incredibili; sarà che mi è rimasto nella testa e nel cuore il sentimento predominante dell'intero viaggio e dell'intero libro: chi vive in montagna è l'emblema nostro contemporaneo di una nuova Resistenza contro incuria, indifferenza, supponenza, ignoranza di chi è chiamato a governarci.

Ecco, questo è il sentimento che si è incuneato nell'animo mio che è montanaro. Capite allora come mai per me questo libro già alla prima lettura è diventato indimenticabile. E non vedo l'ora, dopo aver finito lo splendido Annibale. Un viaggio, di leggere almeno Morimondo, nelle cui pagine scorre il Po. E se c'è il Po, il mio pensiero vola subito a Torino. Ah, Torino! Ci sarà poi tempo - ci deve essere - per Trans Europa Express.

Ma com'è che mi è capitato di imbattermi in questi grandi libri di questo grande scrittore triestino?
Storia lunga. Armatevi di pazienza che ora ve la racconto.

Giorni sull'Appennino pistoiese. Si gira tra le "mie" montagne e siamo in gruppo. Amici, amori. A un certo punto qualcuno (non ricordo se Tullio o Eriberto) si rivolge a me nel bel mezzo di un discorso che io, perduto nei casi miei come sempre capita di perdermi quando sono sull'Appennino, facevo solo finta di seguire:

"Tu capisci, Attilio. Lo ha scritto Rumiz". 
"Ah, certo. E se l'ha scritto Rumiz...".

Ora io vi stimo troppo (non come la Pina del ragionier Ugo Fantozzi stima il suo consorte, sia chiaro) per fingere con voi una mia assoluta conoscenza di titoli vita e viaggi di Rumiz. E no, che non avevo letto nulla di questo straordinario scrittore.
Ma, giuro, durante quella passeggiata sono stato preso alla sprovvista. E in quel momento non ho avuto la necessaria lucidità per poter dire questo e quello.
Però nella mia testa s'era da subito messa a frullare, mutatis mutandis, la domanda che Manzoni adagia, sul principiare del capitolo ottavo dei Promessi sposi, tra le meningi dell'incerto don Abbondio. Così, tanto per complicargli di più la vita. Rumiz...chi era costui?

Sceso al piano, dunque, dovevo assolutamente rimediare. E l'esito è stato dirompente. Vorrei stare qui a parlarvi dello stile adamantino di Rumiz e della bellezza assoluta del suo La leggenda dei monti naviganti.
Ma no. Non ho voglia di rovinarvi neanche il piacere più sottile, la scoperta più inaspettata, i personaggi più incredibili e al tempo stesso più veri che vi capiterà di incontrare in questo viaggio.

Una cosa però posso dirvela. Se siete fortunati come me, questo sarà per voi un viaggio in cui non perderete neppure una particella della vostra anima. Ma è un viaggio grazie al quale ritroverete tanto di voi che credevate di non possedere più. E spero, da montanaro, che pure per voi faccia capolino quella voglia di resistere che anche oggi, forse soprattutto oggi, la montagna cerca di insegnarci.

Prosit.


P.S.: di Tiziano Terzani vi dirò in un post successivo. Quando? Ah, questa è una domanda indiscreta! 




mercoledì 6 marzo 2013

Se c'è scirocco, non è aria...

Antonio Palermo
"Legga, legga, vedrà che ne verrà a capo. Si prenda tutti e quattro i volumi pubblicati dalla casa editrice LINT, che ovviamente è di Trieste, e cominci a lavorare. Alla fine sono più di duemila pagine. Vedrà che ne uscirà con le idee un po' più chiare sulla letteratura di massa".

So di rischiare la retorica dicendo che ho ancora chiaro il tono di voce deciso e quasi sbrigativo del prof. Antonio Palermo, mio docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea all'Università di Napoli. Ma a volte rischiare la retorica ci mette in condizione di poter rivivere, anche se solo per un breve attimo e lasciandoli sfumare in un affettuoso sentimento di quasi nostalgia, momenti che sono stati importanti, forse importantissimi. Nello specifico, ora mi torna quel vago senso di pizzicorino interno che mi fa dire che sì, quello era un momento importantissimo - durato un po' più di due anni - ma che allora non ho colto fino in fondo. Del resto non erano usati a caso, dal professore, gli aggettivi brillante e bizzarro con cui spesso mi apostrofava. Sul brillante, ovviamente, non posso far altro che sentirmi ancora oggi onorato. Sul bizzarro devo, come si dice, prendere e portare a casa.

 Il tour de force iniziò con Il giallo degli anni Trenta per poi proseguire con "Trivialliteratur?" Letterature di massa e di consumoI canoni letterari. Storia e dinamica e, infine, Critica e società di massa.

Alla fine di una lettura intossicata le idee, ovviamente, mi si erano  chiarite abbastanza. Una cosa però mi si era fissata bene nella memoria. Una cosa che non so perché continuava a ronzarmi nella testa senza motivi di particolare urgenza teorica. Ed era una piccola sfilza di nomi di giallisti italiani degli anni Trenta. Su tutti Augusto De Angelis del quale, devo dire, di prima mano non avevo letto nulla e, se proprio ho l'obbligo di confessare un peccatuccio, neanche ne avevo la benché minima voglia. A ruota ne venivano nominati altri, di giallisti importanti, soprattutto in un saggio di Gianni Canova (che anni dopo ho conosciuto, complice la comune collaborazione a Segnocinema): Tito Aldo Spagnol, Armando Comez, Arturo Lanocita, Alessandro Varaldo...
Io però gongolavo su quell'Augusto De Angelis, forse per il rispetto, il timore o la devozione che si devono a chi era considerato il padre del giallo all'italiana. Nientedimeno.

Poi, come spesso accade, passano i decenni. Non vi dico come e a che punto abbandonai l'interessante ricerca verso la quale il professore benignamente cercava di indirizzarmi. Vi basti solo pensare, per farvi un'idea anche vaga, che quel "bizzarro" il professore non lo usava per niente a caso. Ma che volete. Alla fine una ragione me la sono fatta. E vada per bizzarro. Anche perché più i decenni passano, più io  incanutisco, e più penso che quel "bizzarro" era il lato affettuoso che umanamente bilanciava il "brillante" che, come ho detto, mi onorava ma mi chiedeva molta più responsabilità di quella che io allora ero capace di assumermi. Forse per questo mi sono tenuto il "bizzarro", e ho lasciato per strada il "brillante". Ma questo è un altro discorso.



Che dicevo? Ah, sì. Poi passano i decenni e capitano cose imprevedibili e...bizzarre. Ecco che in questi giorni comincio a inanellare la lettura dei romanzi di Augusto De Angelis. Inizio con Il banchiere assassinato e poi vado avanti con Sei donne e un libro e poi con L'Albergo delle tre rose. E sulla scrivania mi aspettano Il candeliere a sette fiamme, La barchetta di cristallo, Il mistero delle tre orchidee, Giobbe Tuama & C. E quanto prima devo cercare di recuperare almeno Il mistero di Cinecittà e L'impronta del gatto. Poi si vedrà.

Intanto, cosa volete che vi dica? Un giudizio su questo padre del giallo all'italiana? Ma proprio ora che fuori c'è una fastidiosa pioggia e un vento che mi dicono essere scirocco? No, guardate, non è aria, ché quando c'è lo scirocco io sono intrattabile e dico cose che vengono chissà da dove, che non c'entrano nulla con quello di cui si parla e di cui poi, in condizioni meteorologiche più tranquille, mi pento e mi dolgo.

Però un piccolo resoconto ve lo posso fare. E allora vi racconto che questi tre libri li ho letti dopo aver organizzato nei minimi particolari la giusta scenografia con tanto di lampada, di bicchiere di brandy a portata di mano e di sigaro toscano o pipa pronti all'uso. Ma solo pronti all'uso,  che se appena un filino di fumo si arrischia a volteggiare nel salone, sarò costretto a ricorrere alla vostra squisita ospitalità.




domenica 23 settembre 2012

Ci vuole tempo, ma le cose cambiano.

Alexandre Dumas padre
Ora che comincio ad avere una certa età (ricordate quel post intitolato Il dovere e il piacere 1?) mi rendo sempre più conto di come il tempo chieda un atteggiamento più tollerante, meno impulsivo. Un atteggiamento capace di considerare la mutabilità di ogni cosa. Nei fatti della vita, ma anche nei fatti della letteratura.

Per quel che mi riguarda, la novità di questo periodo è tutta nel secondo ambito di questa considerazione. Perché già lo sapevo - e mica sono così sprovveduto - che la vita richiede approcci elastici e visioni morbide.

"Le cose cambiano. Le persone cambiano" mi diceva spesso un mio amico fraterno, che di mestiere indaga e risolve le inquietudini,  le lacerazioni e molto spesso le sofferenze che incrinano il rapporto con se stessi e con l'universo della realtà con cui spesso è tanto difficile fare i conti. E siccome a me piace molto sentire questa grande verità, non faccio mai mancare l'occasione, a ogni nostro incontro, di farmela ripetere. E quasi sempre succede tutto nella trattoria in cui ci si dà appuntamento tutte le volte che torno nella piccola città da cui provengo. E ditemi voi se ho ragione: queste sono cose che non hanno prezzo.

Bene. Adesso devo fare un salto acrobatico e passare dalla vita alla letteratura. Le cose cambiano. I libri cambiano. L'occasione per questo post mi viene dal romanzo di Ken Follett La caduta dei giganti che è il primo volume della trilogia (The Century Trilogy) dedicata al Novecento e della quale, proprio in questi giorni, è uscito in Italia il secondo volume, L'inverno del mondo.

Di questo progetto di Follett e del mio desiderio di immergermi nella lettura dell'intera opera vi avevo già detto in un altro post. Vi avevo detto anche di qualche perplessità che riguardava la non piena corrispondenza della scrittura di Follett rispetto ai miei gusti. Ma l'amore per la Storia e l'amore per il romanzo che tanto spesso è capace di indagarla fino nelle cose più nascoste eccetera, erano molto più forti delle resistenze che avevo su questo scrittore. Peraltro osannato da schiere di lettori.

Ebbene, due anni fa mi fiondo nella lettura del primo volume. Mi fiondo rende bene l'impulsività dell'approccio che ho avuto con il libro. M'aspettavo ferro e fuoco, lapilli e lava. E invece niente. Una noia pazzesca. Poche pagine. Una cinquantina forse. E il libro ritorna nello scaffale.
Che peccato, mi sono detto. Ma mi sono detto pure cosa vuoi farci, te lo sei meritato. Lo sapevi e lo sapevi. E allora? Ben ti sta, testone!

Siccome non voglio rovinarvi questa domenica, la faccio breve. Non vi sto a raccontare che, per esigenze di lavoro, devo mettermi a spulciare romanzi storici e che, dunque, capito di nuovo dalle parti della Caduta dei giganti. Però, e questo è il succo del discorso, il libro questa volta mi prende. E vado avanti spedito nella lettura. E leggo e penso a come sia possibile leggere Follett e pensare che, dopotutto, non è male.

Eppure so che non è una novità. Altre volte mi è accaduto che libri accantonati per anni abbiano poi richiesto la loro giusta mercede. E dunque capita. Le cose cambiano e i libri cambiano. È una questione di tempo; è una questione di pazienza. E, vedete, mi chiedo con meno saccenza di una volta come mai i libri di Follett abbiano tanto successo. La risposta è in un aggettivo che per molti versi mi piace e mi è sempre piaciuto ma che, come dire, ho sempre tenuto lontano dall'universo narrativo. Siamo tra amici, e quindi mi direte voi perché. E l'aggettivo è (lo metto in corsivo) popolare.


Già, popolare. Perdo un pomeriggio a rimettere in ordine alcuni tasselli, e di nuovo mi viene in aiuto l'idea che la biblioteca è un universo. E che dentro c'è un altro universo, fatto di storie, e ognuno può e deve appropriarsi delle storie che gli servono, che in quel momento gli sono utili. Anche se rispondono al bisogno di un giorno solo o di un periodo magari particolare. Letteratura popolare. Letteratura grande. Non voglio dire che Follett sia, chessò, Dumas padre. Ma da un po' a me piace leggere, in giro per il web, (perché sono molto istruttivi) tutti quei commenti di lettori lontani e anonimi. E molti sono quelli che lo scrittore gallese riesce a catturare e ad affascinare. Ad appassionare alla lettura. Non è poco. Non è per niente poco.

Una grande lezione di democrazia; una lezione di cui in questo momento abbiamo molto bisogno. E che forse da sempre è stata prerogativa della letteratura che offre tutto a tutti, chiedendo in cambio solo abbandono, fiducia, entusiasmo, pazienza, perseveranza.

Ora mi giro intorno e guardo gli scaffali della mia libreria. Qualche migliaio di libri. E mi pare di vedere spuntare un sorriso qua e là da qualche costa. Una specie di avvertimento. Ehh, sembra dirmi qualche titolo, mi hai messo da parte ma io ho non ho fretta. Chissà, forse qui ritornerai con meno foga, con più accortezza e lungimiranza. Con un senso più pieno del presente. Spesso nei fatti della letteratura ci vuole pazienza. Come nei fatti della vita.

Ernest Hemingway. Foto dal web.
Accetto l'avvertimento, che è anche una sfida. E che bello se tra questi sorrisi ci fosse anche quello di Hemingway. Mi piacerebbe sapere che sta aspettando. E mi piacerebbe, un giorno, potermi scusare con lui della mia fretta di un tempo. Ma allora ero giovane. Troppo giovane.