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Collaboro dal 1993 con la rivista "Segnocinema". Amo l'appennino pistoiese, l'Aglianico del Vulture, i miei amici, e sono un lettore pressoché onnivoro. Ho scritto un romanzo intitolato 'Ho una storia per te', pubblicato da Edizioni Spartaco.

domenica 15 aprile 2012

Del pregiudizio

Archibald J. Cronin
Avevo in mente un paio di argomenti per aggiornare un po' questo blog che langue. Per mia pigrizia, di sicuro. Ma anche perché questo è stato un periodo di letture intense e diversificate. Ma poi chissà. A volte mi chiedo se immergersi nelle letture compulsive e disordinate non sia per me un mezzuccio grazie al quale sfuggire alla fatica della scrittura. Perché scrivere costa più fatica che leggere. O, almeno, così a me pare.

Non sempre mi rispondo. Perché? Ma è ovvio: perché temo la mia risposta.

Vabbé, detto questo andiamo avanti senza continuare a ciurlare nel manico.
Dicevo di quel paio di argomenti. Il primo aveva a che fare con il pregiudizio letterario. Sapete, quella particolare forma di snobismo o di saccenteria che porta a non frequentare alcuni autori o libri in nome di chissà che cosa. Il secondo lo riservo per il prossimo post. Ovviamente quando Noè riaprirà l'arca.

A me è capitato e continua a capitare di nutrire pregiudizi letterari. Senza fare una lunga lista delle mie personali e spesso aprioristiche idiosincrasie, cercherò di spiegare la cosa raccontandovi una storia.

Una trentina d'anni fa un mio fraterno amico (che continua a essere tale), mi fa sapere che una nostra comune conoscenza, in procinto di lasciare la città, aveva messo da parte un regalo per me. Raccomandandosi molto, mi si diceva, perché quel regalo arrivasse davvero nelle mie mani.

Bene. La cosa mi faceva ovviamente piacere e mi incuriosiva molto. Per un paio di motivi (ma possibile che non ce n'è mai uno solo, di  motivo?). Il primo dei quali consisteva nel fatto che non mi aspettavo di ricevere un regalo da quella suora, donna dall'aspetto alquanto arcigno e molto autoritario, che per ordini superiori doveva trasferirsi presso un'altra sede di apostolato e di testimonianza. Il secondo motivo era più banale: cosa aveva pensato di regalarmi? E perché fare un regalo proprio a me?

Dunque con Pasquale Belmonte (si chiama così il mio amico, tra l'altro valentissimo pittore, che potrebbe diventare ancora più bravo se...ma lasciamo stare, che questo è un altro discorso) si va, ci si presenta, si chiede e dopo qualche minuto una suora molto giovane e di candido vestita mi recapita il dono.
Ah, penso con un misto di piacere e di preoccupazione, un libro. Un libro. Mentre lo libero dalla sua confezione, sento appena la voce della suorina che mi dice: "La Madre si è tanto raccomandata perché lei lo legga". Per assecondare il clima di rarefatta cortesia dico grazie, che di sicuro lo leggerò.

Usciamo e Pasquale mi chiede: "Cos'è?".
Rispondo: "La cittadella di Cronin. Mah!"

Già. La cittadella di Cronin. E nell'edizione che vedete qui di fianco. Che volete. Avevo visto lo sceneggiato con Alberto Lupo negli anni della mia fanciullezza e l'unica cosa che mi era rimasta impressa riguardava i commenti poco lusinghieri di mia nonna rispetto, mi pare, a un tradimento coniugale o similia del celeberrimo dottor Manson.

Si aggiungeva a questo il fatto che Cronin non aveva, presso l'intellighenzia (lo scrivo così, non mi costringete ora a consultare un dizionario) di allora, grande credito. Ostracismo, diceva qualcuno di formazione cattolica. Ostracismo? Ma quale ostracismo, potevo pensare io, che ai tempi ero ben inquadrato in teorie eccetera allora di moda. Ostracismo? Ma quale ostracismo. Se è stata proprio una monaca a regalarmelo, allora vuol dire che è vero: i romanzi di Cronin sono un po' bacchettoni e sanno un po' di sacrestia. Essì essì, la pensavo proprio così.

Risultato. Il libro mi ha seguito nei miei trasferimenti e nei miei traslochi, ma per trent'anni è stato lì, solamente come il ricordo di un gesto che comunque mi era piaciuto.

Poi capita. Come spesso succede, capita. Di recente comincio a leggere Cronin. E la sedia sfugge dalle mie venerabili terga. Eccheddiamine! Minatori. Lavoro duro. Miseria. La vita che si afferra con i denti.

Ma il cielo non risponde, E le stelle stanno a guardare,  Il castello del cappellaio, L'albero di Giuda, La cittadella, Anni verdi... E quindi mi capita di dire che oggi Archibald J. Cronin a me pare un grande. Un grandissimo, se la Bompiani o chi per essa si decidesse ad aggiornare le traduzioni, ormai vetuste, dei suoi romanzi.


Per quel che invece riguarda me, un po' scornato e senza ricorrere a tanti giri di parole altrimenti aggraverei la situazione, non posso far altro che chiedere dove sia ora suor Luciana, che devo ancora ringraziarla. Il tempo, come si dice, è galantuomo. Nei fatti della vita, e anche in quelli della letteratura.


sabato 28 gennaio 2012

Sotto questo cielo

C'è grande confusione sotto il cielo. Sotto il cielo delle mie letture, voglio dire.
Negli ultimi due post, ormai vecchi come il cucco, m'ero impegnato a parlare di questo e di quello. Non so di quanti autori e di quanti libri avrei dato ragione a chi ha la bontà e la pazienza di seguire questo blog.
Quante scoperte ci sono state in questi ultimi tempi, che nemmeno più me le ricordo.

E allora, per prendere il giusto avvio, parto dall'ultima in ordine di tempo. Una cara amica di Torino, grande lettrice, mi consiglia di leggere HHhH. Il cervello di Himmler si chiama Heydrich dello scrittore parigino Laurent Binet. La sua motivazione è convincente: poiché io sono un appassionato di storia e di letteratura e mi sono cimentato in un'opera di questo tipo (i cui esiti, ovviamente, io lascio a voi decidere, se avete tempo e voglia) il libro mi piacerà. Anche per una sua certa propensione metanarrativa. Certo, lei lo ha letto in francese (grande lettrice, dicevo), e chissà se la traduzione italiana riporta il tono e lo stile dell'originale.

Vedrò, mi dico. Intanto appena posso compro il libro e mi dedico alla ritualità che precede l'inizio della lettura. Sfogliare le pagine, odorarle, carezzare la copertina, concentrarmi sulla sua grafica, leggerne i risvolti. Vengo così a sapere due cose. La prima conferma il potenziale interesse per questo libro; la seconda mi getta un po' nello sconforto, e mi fa pensare che forse dovrei imparare l'arte di intrecciare canestri di vimini e ritirarmi da qualche parte sull'Appennino.

Ma procediamo con ordine.Vengo dunque a sapere che la storia raccontata è una storia nota. Ma io non la conosco. Cominciamo bene. Proseguo nella lettura: apparentemente nota. Ah, volevo dire. E la cosa mi rincuora un po'. Trattasi dell'attentato a Heydrich del 27 maggio 1942. Vabbè, dico, capirò. Comunque, capisco, Heydrich è tra gli ideatori (l'ideatore?) della Soluzione finale. Il macellaio di Praga, la bestia bionda. Occhei, i soprannomi mi paiono all'altezza. Romanzo storico, dunque. Che si fa guidare da una intenzione biografica. Bene, mi dico, è nelle  mie corde. Ma lo dico tra me e me ché, confesso, usare un'espressione del genere in presenza di qualcuno mi costringe, poi, a ingurgitare chili di antistaminici.

Laurent Binet.
Immagine tratta da http://www.librairie-paca.com
E vediamo, vediamo, chi è mai questo Binet. E qui quella faccenda dei canestri di vimini balza in primo piano. Nato a Parigi nel 1972. 1972. Ma tu guarda, mi dico. Un ragazzino. Tra una pagina e l'altra poi scopro che questo libro lui se lo porta dietro addirittura da anni. Insomma, tutto questo giro di parole per non usare quella più appropriata. Rispetto? Bè, sì, anche. Stima? Mmhhh, sì, potrebbe andare...Potrebbe andare ma non è quella giusta. E allora? E allora invidia, signore e signori. Invidia per l'età. L'ho detta. Poi magari è anche bravo. E allora come la mettiamo?

Essì essì, è anche bravo. Gioca a voler dire che il romanzo è morto (lo aiuta il Mandel'stam in epigrafe) ma poi semina la sua narrazione di "suppongo", "non so se", "forse",  "le mie visioni si mescolano talvolta ai fatti assodati" e via di questo passo. Scrive quasi tutta la prima pagina alternando affermazioni incontrovertibili, del tipo "è un personaggio realmente esistito", a slanci di fervida ricostruzione personale della realtà: "posso immaginare il numero del tram (ma forse è cambiato), il suo percorso...". Per cui già al primo paragrafo, smentendo e confermando (ah, il romanzo!) candidamente apre il suo cuore: "Spero solo che sotto la spessa patina d'idealizzazione che stenderò su questa storia leggendaria sia ancora possibile guardare attraverso il vetro trasparente della realtà storica".

Niente da fare. Questo libro devo leggerlo. E dunque eccoci dentro. Dentro alla Storia, dentro alla Narrazione, dentro al Romanzo che, udite udite, è vivo e lotta insieme a noi.

P.S.: Qualcuno più lucido di me circa le questioni relative al tempo e all'età, mi costringe a fare due conti due. Mi accorgo così che chi è nato nel 1972 ha giusto giusto quarant'anni "ormai" (eh, la saggezza femminile!). E che un uomo di quarant'anni non può essere definito "ragazzino". Mi rendo conto. Devo un po' regolare questa faccenda del rapporto con il mio tempo.
Benissimo, mi dice quella voce amata, ma non ora. Che ora ci sono i panni da stendere e la lavastoviglie da svuotare.

sabato 3 dicembre 2011

Càpita

Lev Tolstoj. Immagine tratta dal web.
Capita. Nella vita di un lettore capita di fare progetti, inseguire libri o autori, programmare serrati periodi di lettura su questo o su quello. I motivi e le occasioni alla base di questa razionale programmazione sono tanti e sono noti a tutti. Evito quindi di dirli, anche perché non sarei esaustivo. Ogni lettore ha un proprio e individualissimo mondo e modo di relazionarsi a ciò che legge e che vorrebbe leggere.

Però una cosa vorrei dirla. E fa parte di una questione che mi lascia sempre un po' interdetto. Per non dire scoperto di fronte alla consapevolezza di quanto, dopotutto, solo relativamente io sia padrone delle mie scelte.

Ovvio che parlo della casualità grazie alla quale ci imbattiamo in libri e autori. Non voglio autogratificarmi o autoflagellarmi con ipotesi psicoanalitiche, e dunque vi racconto l'ultimo incontro, casuale, con un autore che in queste settimane è diventato parte dei miei giorni.

L'antefatto, come molte e importanti cose che mi sono accadute negli ultimi mesi, ha a che fare con Torino. E chi frequenta questo blog mi prenderà per noioso, ma non ci posso fare niente.
Dunque: seguendo il consiglio di due cari amici torinesi, in una bella mattina di inizio novembre (ah! c'è una qualche...eco dissimulata in questa frase!) mi reco alle Officine Grandi Riparazioni dove è allestita una splendida mostra interattiva dal titolo che non so se sia un auspicio, un'amara considerazione oppure solo una citazione di impianto storico-letterario: Fare gli Italiani.

Della mostra, entusiasmante, non parlo. Ma del dopo mostra sì. Avevamo voglia, io e mia moglie, di acquistare dei gadget (la metto la "s" finale? Mah!), e dunque si gira nell'apposito spazio. Su un tavolino, due o tre titoli di un unico autore: Enrique Vila-Matas. "E mo' chi è questo?" mi dico sfogliando qualche pagina di "Dublinesque" e di "Dottor Pasavento". Mah, mi sarà sfuggito. Mi guardo intorno per vedere se qualcuno ha notato la mia aria perplessa. Non vorrei essere stato colto in fallo. Perché, mi chiedo e vi chiedo, è possibile che a un lettore che con sfacciata sicumera si definisce "onnivoro" sfugga un autore anche solo uno?

Massì, massì che è possibile. E lo dico non a mio beneficio, ma a vostro. Vi prego: non seguitemi nelle mie ossessioni compulsive, nei miei sensi di colpa eccetera. Vivete la vostra vita di lettori con meno ansia di come la vivo io.

Comunque, una scoperta. "Dottor Pasavento" mi ha inchiodato. E non so quante pagine ho sottolineato, evidenziato, straziato con punti esclamativi e con annotazioni di "fondamentale!" a margine.
Libri, libri, libri. E molti dei libri che costituiscono il tessuto narrativo (e saggistico) di "questo" libro, sono stati e sono fondamentali per la mia vita. E l'amore per la letteratura mitteleuropea, e il "mio" Magris citato qua e là. Ma come, dico, da uno scrittore spagnolo. Essì essì, da uno scrittore spagnolo. Che se poi si legge "Dublinesque" ci si trova catapultati addirittura nell' Ulisse di Joyce. E ditemi voi.

Lo spazio è poco, anche perché voglio dedicarmi due righe per un invito, ma Bartleby e compagnia e quell'ansia di scomparire, di annullarsi? Quegli scrittori che inseguono nella loro non scrittura (la scrittura del No, dice Enrique) il desiderio di invisibilità. Vi ricordate? A me, tra le altre cose, ha fatto venire in mente la storia di Enrico Mreule che Magris, ancora lui, ha magistralmente raccontato in Un altro mare.

Ora basta. Dei libri di Vila-Matas parlerò in un'altra occasione. Andiamo oltre. Dunque mi faccio forza, vinco l'imbarazzo e vi invito tutti, dal 7 all'11 dicembre alla Fiera dell'editoria "Più libri Più liberi" che si tiene a Roma, al Palazzo dei Congressi. Lo dico in un soffio, con timore e tremore, ma il 7 alle 18, presso la sala Smeraldo si presenta Ho una storia per te. Io comunque sarò lì tutti i giorni, nei pressi dello stand H21.
Mi piacerebbe incontrarvi e continuare a parlare con voi ancora di libri. E questa volta, se vi va, anche del mio.

Un caro saluto a tutti e a ognuno.


giovedì 20 ottobre 2011

"Lampi e tuoni che spaccano il cielo..."

da Focus.it
E che diamine! Non c'era davvero bisogno di esagerare tanto!

Da qualche giorno riflettevo sul fatto che questa lunghissima estate mi aveva destabilizzato fino al punto da non rendermi conto di essere ormai a metà ottobre. E, dunque, in pieno autunno.

Lo aspettavo, quest'autunno, per parlare un po' con voi delle mie letture estive e delle scoperte nelle quali, in tal senso, ho avuto la ventura di imbattermi. Ma non so, forse lo aspettavo troppo tiepidamente. Fatto sta che sono riuscito a farmi ingannare dalle atmosfere meteorologiche senza prestare attenzione, come avrei dovuto, alle verità del calendario.


La prima scossa mi arriva due o tre giorni fa quando, con la sua solita pazienza e con la sua amabile cortesia, il redattore capo di Segnocinema mi fa notare che sono in clamoroso (e, aggiungo io, imbarazzante) ritardo con il mio contributo per il prossimo numero. Ma come, penso tra me, se siamo ancora a metà settembre e il numero esce a novembre? Macché settembre, mio caro. Ottobre. Ottobre.

immagine dal web
E va bene, ma dopo non c'era davvero bisogno di tutto questo arsenale venuto giù stamattina. Lampi e tuoni da non credere e acqua acqua acqua a non finire. Come nella splendida Varsavia di Pierangelo Bertoli: "Lampi e tuoni che spaccano il cielo/che è più nero del velo che copre la morte". Un autentico nubifragio. E c'è chi ne ha patito le conseguenze in senso tragico. Nel senso più tragico possibile. Perché anche la morte c'è stata, in questa nera alba di Roma.

Lo ripeto a costo di sembrare pedante: non c'era proprio bisogno di tutto questo perché io mi rendessi conto che siamo ormai nel pieno dell'autunno.


E dunque ecco le novità. In breve perché sennò vado oltre il lecito nell'approfittare della vostra pazienza.
Ecco. Dopo molte estati, niente Omero: ho messo da parte l'Iliade e ho lasciato a riposo l'Odissea. Questa estate mi ha regalato le sorprese di Murakami Haruki e dei suoi Dance Dance Dance e di quel romanzo dallo strano titolo L'uccello che girava le viti del mondo. Dovrò perdere un po' di tempo, prima o poi, per parlare di questi due libri dai tratti per me fascinosi ma, che dire, voglio passare subito a Valerio Evangelisti e a Philip K. Dick. Il grande Philip K. Dick.

Veramente una bella sorpresa, Evangelisti. Complice la mia passione per la Storia e, in particolare, per la storia medievale, ho incrociato il severo (diciamo così) Eymerich. Cosa devo dire. Scrittura accattivante. Passaggi affascinanti e adesione viscerale al clima di fondo. Ma c'è stato poi Magus. Il romanzo di Nostradamus a completare l'opera, perché qui il mio amore assoluto per il romanzo d'appendice (o popolare, o di consumo, o di massa, o trivial) ha trovato pane per i suoi denti.


Basta, perché ora è troppo. Philip K. Dick. Sempre eluso. Snobbato, forse. Come tutta la letteratura di fantascienza. E sì che Blade Runner è uno dei miei film preferiti. Ma leggere fantascienza mi ha sempre annoiato. Poi capita che in un momento di relativa insania io mi butti nella Trilogia di Valis, per esempio. E allora, tra riflessioni di teologia spicciola e di filosofia che tende al serio, io mi trovi costretto ad ammettere che sì, Dick è un grande. E allora vai, La città sostituita mi prende e mi fa decidere che tutto leggerò di quest'uomo. E ne darò conto.

Di Marco Vichi e delle indagini del commissario Bordelli dirò in un altro post. Perché in questo caso c'è qualcosa che va oltre la letteratura e si insinua in quei territori insostituibili che sono quelli delle persone che incrociamo, che conosciamo e che ci troviamo a stimare. I territori dell'amicizia.

A presto. Un saluto a tutti e a ognuno.

giovedì 7 luglio 2011

"Placide cose de' miei novelli anni"

Omero
C'è questa immagine ricorrente, legata a un ricordo di tanti anni fa, che condiziona da qualche decennio le mie letture estive.
Sono gli ultimi giorni di scuola, dalla finestra della mia aula si vede la montagna a due passi e si indovina il fiume che scorre giù a valle dove pian piano comincia a sorgere quella che qualcuno, con enfasi un po' esagerata, ha già definito "la zona industriale". Doveva essere il giugno del 1969 o del 1970, di questo non sono molto sicuro. Era dunque l'anno della prima o della seconda media.

La voce suadente del professore leggeva alcuni versi carducciani. Sarà stata la luce di fuori, il cielo azzurro, il verde della montagna ma per me s'era creata una vera e propria atmosfera di sogno.

Dunque il poeta è alle prese con la lettura dell'Iliade, ma il gran caldo della giornata estiva lo vince e lui china il capo. Prima e immediata conseguenza di quel sonno invincibile, ci racconta, è che il cor gli fuggì sul Tirreno. In questo, per quanto perso anch'io a seguire con le orecchie la voce del simpatico professore e con gli occhi il bellissimo paesaggio che la piccola scuola di campagna mi offriva, non potevo seguirlo. Il Tirreno distava (e dista) più o meno centocinquanta chilometri da quella mia scuola e non era certo quello selvaggio della Maremma ma quello, più riservato, che lambisce la costa lucana. E poi, detto tra noi, in quel momento più del mare mi interessavano la montagna, la campagna, il fiume. Così epica e fantasia si mescolano e il Basento prende il posto dello Scamandro. Del resto l'infanzia è o non è l'età epica della vita?

Il Basento. Foto tratta da www.basilicatawiki.it

Sarà stato uno strano gioco sentimentale o una fascinazione a cui non ho saputo opporre alcuna resistenza, ma quel momento si è impresso dentro di me in maniera indelebile.

Gli anni poi passano, e da ragazzi si pensa a crescere, a esplorare, a inseguire cose belle, a farsi dare ogni tanto qualche sonoro ceffone dalla vita e a cercare il modo per difendersi da quei ceffoni. Si diventa grandi, insomma. Fino a quando, conclusa questa parabola ecco che, intorno ai trent'anni, comincia a capitarmi una cosa strana.

Eccola qua. Non passa estate che io non rilegga, per intero, l'Iliade e l'Odissea. All'inizio non ci facevo molto caso; ma dopo due o tre anni, dietro le sollecitazioni premurose di chi, cominciando a preoccuparsi forse di una mia incipiente labilità della memoria, mi chiedeva spiegazione di questa reiterazione stagionale, ho dovuto cercare e dare una risposta.

La prima risposta ha richiesto, come voi capite bene, un viaggio all'indietro. Non è stato difficile arrivare alla conclusione più logica. Leggo Omero d'estate perché mi riporta a quei versi di Carducci, a quelle epiche giornate delle mie estati, alla voce di quel professore (a cui devo, tra l'altro, la scoperta di Marcovaldo in terza media), al paesaggio e alle immagini che tutte queste cose insieme devono aver prodotto nella mia mente di ragazzino.

La seconda risposta ha richiesto, invece, una più profonda analisi di impianto ermeneutico (ma mi faccia il piacere!). E anche in questo caso sono arrivato a una conclusione che più logica non si può. Ora ve la dico. Ma vuoi vedere che la rilettura di un libro oltre a soddisfare il piacere del riconoscere ciò che è già noto (ehh, stiamo invecchiando ma in fondo in fondo abbiamo sempre bisogno di favole) ci aiuta ad alimentare una magnifica illusione? Quale? Ma quella di riuscire a bloccare il tempo e a riviverlo, che diamine. Come quando ci si permette il lusso di far tornare indietro i fotogrammi di un film.

Sarà questo il motivo che mi ha spinto, per undici o dodici anni, puntualmente a novembre, a rileggere Il nome della rosa? E già, "Era una bella mattina di fine novembre. Nella notte aveva nevicato un poco, ma il terreno era coperto di un velo fresco non più alto di tre dita". E sì, era il novembre del 1983, i contorcimenti della semiotica già mi procuravano qualche mal di pancia, forse c'era in giro una confusione, un'incertezza, un corto circuito della volontà. Non so. Ma avevo bisogno di una storia che mi tenesse inchiodato alla sedia. E che mi lasciasse immaginare un tempo, un luogo, avvenimenti lontani eppure in qualche modo già noti (sì, sì, ricordo, l'esame di storia medievale a suo tempo era andato benissimo). Colta quella sensazione, perché non riviverla?

Ah già, è vero. Seguendo le leggi, pur minime, della retorica, devo concludere e possibilmente chiarire il perché di questo post e la tesi che ho voluto fin qui portare avanti.

Ma se dico che invece di una tesi ho seguito solo un'immagine, un desiderio e un ricordo va bene lo stesso?

martedì 17 maggio 2011

Lo conosce Salgari?

Emilio Salgari.
Nell'ultimo post, che a causa di una indolente pigrizia ho scritto più di un mese fa, me la prendevo in maniera bonaria e affettuosa con Simenon. Mi pare per una questione che avesse a che fare con riflessioni circa una particolare età. Che, guarda caso, è proprio la mia età. Avvertivo Georges: per ripicca nei suoi confronti, gli avrei dimostrato come l'età su cui Maigret e il suo medico discettavano in maniera malinconica è ancora un'età capace di abbandonarsi al desiderio dell'avventura.
Quella letteraria, intendevo dire. Ovvio allora che il primo e più importante nome che mi veniva in mente fosse quello di Emilio Salgari.

E c'erano già pronte molte cose da dire. Tanto che avevo approntato un piccolo schema di appunti per una nota dal titolo Il dovere e il piacere 2.
Antonio Palermo
Avrei parlato di Salgari e, nel suo nome, di due intellettuali a cui devo in maniera diretta o indiretta la mia formazione. Ho pensato allora al compianto professor Antonio Palermo, mio docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea all'Università di Napoli. A lui devo la visione della letteratura come momento di forte impegno civile. E se in questo c'è di sicuro l'ombra di Francesco De Sanctis, spesso oggetto dei corsi del professore, un ruolo importante hanno anche avuto le riflessioni di Palermo proprio su Salgari che allora a me, giovane e inesperto (si dice così?), apparivano un po' fuori luogo. Ma come, parlare di Salgari all'Università? C'è poi Claudio Magris. E basta leggere le sue note al Corsaro nero o i suoi ricordi sul "primo" libro della cui lettura conserva viva memoria per capire quello che voglio dire.

Ho paura di andare per le lunghe e mi fermo qui: è solo un breve appunto di quello che avrei voluto dire. Forse ci sarà Il dovere e il piacere 2, ma non ora. Perché nel frattempo sono successe altre cose. Che hanno ovviamente a che fare con i libri. E dunque, come sempre, con tutto.

Nei giorni scorsi sono stato a Torino, e per una giornata intera ho girovagato tra i grandi e affollati spazi del Salone del libro. Veramente la maggior parte del tempo l'ho passata con il mio editore per discutere di quelle ultime cose che precedono l'uscita di un libro. Perché poi c'è l'estate, e ottobre è ormai qui. E questa è stata una emozione forte che si è sommata a quella di vivere immerso, per un giorno, in mezzo a migliaia di titoli. Un universo in cui è piacevole girovagare, perdersi, fluttuare quasi.

Ma l'altro aspetto che mi ha letteralmente catturato, fino a un improvviso e destabilizzante innamoramento, è stato perdermi tra le strade della città.
Della bellezza di Torino non riuscirò a dire cose adeguate alla realtà. Racconterò allora solo le emozioni. E vi avverto: pensate pure a qualcosa di melodrammatico, ma c'è stato un momento nel quale a stento ho trattenuto una lacrima.

E sia. Diciamo le cose come stanno. Torino mi si è presentata nella festa, nel colore e nel calore di migliaia e migliaia di bandiere tricolori. Non mi dilungo e dico quel che c'è da dire: è una sensazione che scava nell'anima e dà sollievo. Voglio dire sentirsi italiani. Davvero, a Torino ho incontrato l'Italia. La mia Italia. Il paese che amo e per il quale sono (siamo?) in apprensione da tempo. Ma a Torino ho tirato un sospiro di sollievo. Il Risorgimento. L'Italia. Noi. Ci siamo, dunque.

Passiamo oltre. Perché anche questo tripudio di tricolori va visto. Le mie parole sono poca cosa per rimandarne il calore.

Devo sbrigarmi perché lo spazio non è tanto, e se ne approfitto troppo rischio di annoiare. Si va a Torino e non si sale a Superga? E quel sentimento di affetto torinista che mi porto dentro (chi legge questo blog ne troverà qualche traccia) non deve avere la sua parte? Ma certo che la deve avere, anche se non sa a quale prezzo.
E Torino non lascia soli. In autobus, lungo corso Casale, il signore con cui già dalla fermata si è entrati in cordialità ("Bella città, Torino". "Davvero? Grazie, fa piacere sentirlo dire". "Eh, sono un vecchio cuore granata". "Oggi noi votiamo. Chiamparino ha fatto bene. Speriamo per Fassino") indica il parco e poi il vecchio velodromo e poi, quasi con timore: "Mi scusi, sa, se continuo a importunarla. Ma vede, vede quella casa lì? Guardi quel balcone. Vede? Lì ci abitava Emilio Salgari. Lo conosce? Da bambino ho letto i suoi libri. Erano libri d'avventura".

Il cuore fa un balzo. Certo che lo conosco Salgari. Anzi, è da più di un mese che ne voglio parlare nel mio blog. Questo però non lo dico.

I ragazzi del Toro
Si sale a Superga, e ancora una volta la bellezza del posto va vissuta più che sentita raccontare. Giriamo nella Basilica e poi scendiamo nella cripta dove riposano i Savoia. Interessante. Ma la mia mente e il mio desiderio sono altrove. E basta percorrere qualche metro dietro la Basilica, un po' più giù. Ecco il posto. Eccoli "i ragazzi del Toro". Era il 4 maggio 1949. Una giornata impossibile. Pioggia nebbia e tutto quello che ci si può aggiungere. E poi lo schianto. E da allora il dolore a cui la leggenda, da quel giorno, si accompagna stretta come a un innamorato che non si vuole perdere. Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Ossola, Gabetto, Mazzola, Ferraris... e gli altri, tutti gli altri. Erano ragazzi. I "ragazzi del Toro". E qui ho dovuto avere forza, e quella lacrima si è trattenuta a stento.

Ripensavo a tutte queste cose, la sera, a cena nell'Osteria di via Sant'Agostino. Il tricolore, i libri, il Toro, i ragazzi sorridenti dell'Osteria, la buonissima farinata che mi hanno consigliato. Ritornerò presto a mangiarla. Vorrei ringraziarli per aver chiuso con la loro sorridente e laboriosa giovinezza questi giorni a Torino. Ma chissà se leggeranno mai questo post.

venerdì 4 marzo 2011

Il dovere e il piacere 1

Marcel Proust.
Dovrei finalmente decidermi, e dare più ordine ai miei programmi di lettura. Seguire con maggior rigore quanto richiede il dovere del momento. E invece ricasco sempre nella mia antica malattia, che consiste nel lasciar decidere all'interesse - e non al dovere - del momento cosa leggere. E quasi sempre l'interesse è insopprimibile.
Io lo so che il principio regolatore di ogni cosa è il desiderio inesausto di leggere tutto, ma proprio tutto. Certo che c'è, ed è inevitabile che ci sia, un criterio di scelta che mi fa da guida.

Ma il problema è che questo criterio di scelta muta troppo spesso.

A volte è dato dalla necessità di dover leggere le grandi opere (e non importa se di saggistica o di narrativa) dei grandi. A volte c'è il bisogno di aderire alla più stringente contemporaneità, e quindi non riesco a fare a meno di buttarmi sulle ultime novità di cui si parla, sul nome emergente di cui si dice qua e là un gran bene, su quanto prodotto da piccole e coraggiose case editrici (perchè, in definitiva, se non si leggono i nuovi, e se non ci si guarda intorno con attenzione ampia, si rimane sempre allo stesso posto).

Dunque, l'avrete capito bene, l'unico metodo è quello del non metodo. Il primo risultato è in un clamoroso senso di colpa: continuando in questo modo non leggerò mai tutte le opere di tutti i grandi. E si può morire senza aver letto tutta la Recherche, o tutto Thomas Mann, o tutto lo Zibaldone di Leopardi, o tutto Tolstoj, e Dostoevskij, e Balzac, e Goethe, e...e...e...?

Questo senso di colpa però non abbatte l'altro. Come si fa a ignorare gli scrittori nuovi eccetera eccetera eccetera? E come si fa a non soddisfare, nell'immediato, il bisogno più semplice di un lettore che è quello di leggere o di rileggere ciò che in quel momento, al di là di importanza e spessore, più gli aggrada?

Faccio un esempio, così mi spiego meglio. Esco da un periodo di lettura piuttosto intensiva di Alberto Moravia. L'attenzione, in particolare, mi ha tenuto impegnato per diversi giorni. Lettura a tratti forte, soprattutto per quella necessità di cui il protagonista si fa portatore, e che consiste nel recuperare attraverso la narrazione l'autenticità che troppo spesso la vita nasconde. E quindi nel filtrare i fatti della vita attraverso la loro puntuale (ma non sempre veritiera) trasposizione in un diario che dovrebbe servire come base da cui partire per la scrittura di un romanzo vero e proprio. Unica e definitiva espressione di autenticità.

Voi capite. La lettura di questo romanzo ha chiesto, e scusate il bisticcio, davvero molta attenzione da parte mia. Si aggiunga a ciò la lettura frenetica delle quasi mille pagine di Alberto Moravia, la biografia (peraltro imperdibile esempio di grande biografia intellettuale) che René de Ceccatty ha dedicato allo scrittore romano. E mi si perdonerà se il desiderio più vivo era per me quello di ritornare a casa.

E non c'è bisogno che io lo ridica, perché voi lo sapete bene, ma per me spesso ritornare a casa significa rileggere Simenon: Il piccolo libraio di Archangelsk, I fantasmi del cappellaio, Cargo, L'uomo che guardava passare i treni, L'orologiaio di Everton e, come attività defatigante, un Maigret di tanto in tanto. In questi giorni: Maigret a Vichy.

Tra queste pagine trovo, a mia insaputa, un elemento destabilizzante. E io che credevo di conoscere tanto bene Simenon (e Maigret) da ritenerli ormai quasi di famiglia. Le pagine incriminate sono la 15 e la 16: leggete, leggete, per favore, che poi vi dico.

Maigret l'aveva seguito a malincuore. Sapeva da un pezzo che quel momento prima o poi sarebbe arrivato, ma l'aveva proiettato in un futuro piuttosto remoto. Lo studio del medico non era né grande né lussuoso. Sulla scrivania c'erano lo stetoscopio, dei flaconi, dei tubetti di pomata e delle pratiche amministrative, e il lettino sul quale si stendevano i malati sembrava aver conservato l'impronta profonda dell'ultimo paziente.
Cos'è che non va, Maigret?
Non lo so. Sarà l'età...
Cinquantadue?
Cinquantatré.
Cinquantadue. Cinquantatré. Sarà l'età. Ma come, dico io con evidente irritazione, ma tu guarda un po'. Sarà l'età. Cinquantadue. Cinquantatré. Eh no, caro Georges, tu lo sai quanto io ti voglia bene e quanto io ti stimi. Ma questo proprio non dovevi farmelo. Sarà l'età. Cinquantadue. Cinquantatré.
Ma allora sai che cosa  faccio io, adesso? Quasi quasi mi rituffo nelle avventurose storie di Emilio Salgari. Così te la do io una lezione. Altro che l'età.