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| Marcel Proust. |
Io lo so che il principio regolatore di ogni cosa è il desiderio inesausto di leggere tutto, ma proprio tutto. Certo che c'è, ed è inevitabile che ci sia, un criterio di scelta che mi fa da guida.
Ma il problema è che questo criterio di scelta muta troppo spesso.
A volte è dato dalla necessità di dover leggere le grandi opere (e non importa se di saggistica o di narrativa) dei grandi. A volte c'è il bisogno di aderire alla più stringente contemporaneità, e quindi non riesco a fare a meno di buttarmi sulle ultime novità di cui si parla, sul nome emergente di cui si dice qua e là un gran bene, su quanto prodotto da piccole e coraggiose case editrici (perchè, in definitiva, se non si leggono i nuovi, e se non ci si guarda intorno con attenzione ampia, si rimane sempre allo stesso posto).
Ma il problema è che questo criterio di scelta muta troppo spesso.
A volte è dato dalla necessità di dover leggere le grandi opere (e non importa se di saggistica o di narrativa) dei grandi. A volte c'è il bisogno di aderire alla più stringente contemporaneità, e quindi non riesco a fare a meno di buttarmi sulle ultime novità di cui si parla, sul nome emergente di cui si dice qua e là un gran bene, su quanto prodotto da piccole e coraggiose case editrici (perchè, in definitiva, se non si leggono i nuovi, e se non ci si guarda intorno con attenzione ampia, si rimane sempre allo stesso posto).
Dunque, l'avrete capito bene, l'unico metodo è quello del non metodo. Il primo risultato è in un clamoroso senso di colpa: continuando in questo modo non leggerò mai tutte le opere di tutti i grandi. E si può morire senza aver letto tutta la Recherche, o tutto Thomas Mann, o tutto lo Zibaldone di Leopardi, o tutto Tolstoj, e Dostoevskij, e Balzac, e Goethe, e...e...e...?
Questo senso di colpa però non abbatte l'altro. Come si fa a ignorare gli scrittori nuovi eccetera eccetera eccetera? E come si fa a non soddisfare, nell'immediato, il bisogno più semplice di un lettore che è quello di leggere o di rileggere ciò che in quel momento, al di là di importanza e spessore, più gli aggrada?
Faccio un esempio, così mi spiego meglio. Esco da un periodo di lettura piuttosto intensiva di Alberto Moravia. L'attenzione, in particolare, mi ha tenuto impegnato per diversi giorni. Lettura a tratti forte, soprattutto per quella necessità di cui il protagonista si fa portatore, e che consiste nel recuperare attraverso la narrazione l'autenticità che troppo spesso la vita nasconde. E quindi nel filtrare i fatti della vita attraverso la loro puntuale (ma non sempre veritiera) trasposizione in un diario che dovrebbe servire come base da cui partire per la scrittura di un romanzo vero e proprio. Unica e definitiva espressione di autenticità.
Voi capite. La lettura di questo romanzo ha chiesto, e scusate il bisticcio, davvero molta attenzione da parte mia. Si aggiunga a ciò la lettura frenetica delle quasi mille pagine di Alberto Moravia, la biografia (peraltro imperdibile esempio di grande biografia intellettuale) che René de Ceccatty ha dedicato allo scrittore romano. E mi si perdonerà se il desiderio più vivo era per me quello di ritornare a casa.E non c'è bisogno che io lo ridica, perché voi lo sapete bene, ma per me spesso ritornare a casa significa rileggere Simenon: Il piccolo libraio di Archangelsk, I fantasmi del cappellaio, Cargo, L'uomo che guardava passare i treni, L'orologiaio di Everton e, come attività defatigante, un Maigret di tanto in tanto. In questi giorni: Maigret a Vichy.
Tra queste pagine trovo, a mia insaputa, un elemento destabilizzante. E io che credevo di conoscere tanto bene Simenon (e Maigret) da ritenerli ormai quasi di famiglia. Le pagine incriminate sono la 15 e la 16: leggete, leggete, per favore, che poi vi dico.
Tra queste pagine trovo, a mia insaputa, un elemento destabilizzante. E io che credevo di conoscere tanto bene Simenon (e Maigret) da ritenerli ormai quasi di famiglia. Le pagine incriminate sono la 15 e la 16: leggete, leggete, per favore, che poi vi dico.
Maigret l'aveva seguito a malincuore. Sapeva da un pezzo che quel momento prima o poi sarebbe arrivato, ma l'aveva proiettato in un futuro piuttosto remoto. Lo studio del medico non era né grande né lussuoso. Sulla scrivania c'erano lo stetoscopio, dei flaconi, dei tubetti di pomata e delle pratiche amministrative, e il lettino sul quale si stendevano i malati sembrava aver conservato l'impronta profonda dell'ultimo paziente.
Cos'è che non va, Maigret?Cinquantadue. Cinquantatré. Sarà l'età. Ma come, dico io con evidente irritazione, ma tu guarda un po'. Sarà l'età. Cinquantadue. Cinquantatré. Eh no, caro Georges, tu lo sai quanto io ti voglia bene e quanto io ti stimi. Ma questo proprio non dovevi farmelo. Sarà l'età. Cinquantadue. Cinquantatré.
Non lo so. Sarà l'età...
Cinquantadue?
Cinquantatré.
Ma allora sai che cosa faccio io, adesso? Quasi quasi mi rituffo nelle avventurose storie di Emilio Salgari. Così te la do io una lezione. Altro che l'età.



