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Collaboro dal 1993 con la rivista "Segnocinema". Amo l'appennino pistoiese, l'Aglianico del Vulture, i miei amici. Tengo per il Toro, e sono un lettore pressoché onnivoro. Ho scritto due romanzi, 'Ho una storia per te' e 'L'odore della polvere da sparo', entrambi pubblicati da Edizioni Spartaco.

domenica 23 settembre 2012

Ci vuole tempo, ma le cose cambiano.

Alexandre Dumas padre
Ora che comincio ad avere una certa età (ricordate quel post intitolato Il dovere e il piacere 1?) mi rendo sempre più conto di come il tempo chieda un atteggiamento più tollerante, meno impulsivo. Un atteggiamento capace di considerare la mutabilità di ogni cosa. Nei fatti della vita, ma anche nei fatti della letteratura.

Per quel che mi riguarda, la novità di questo periodo è tutta nel secondo ambito di questa considerazione. Perché già lo sapevo - e mica sono così sprovveduto - che la vita richiede approcci elastici e visioni morbide.

"Le cose cambiano. Le persone cambiano" mi diceva spesso un mio amico fraterno, che di mestiere indaga e risolve le inquietudini,  le lacerazioni e molto spesso le sofferenze che incrinano il rapporto con se stessi e con l'universo della realtà con cui spesso è tanto difficile fare i conti. E siccome a me piace molto sentire questa grande verità, non faccio mai mancare l'occasione, a ogni nostro incontro, di farmela ripetere. E quasi sempre succede tutto nella trattoria in cui ci si dà appuntamento tutte le volte che torno nella piccola città da cui provengo. E ditemi voi se ho ragione: queste sono cose che non hanno prezzo.

Bene. Adesso devo fare un salto acrobatico e passare dalla vita alla letteratura. Le cose cambiano. I libri cambiano. L'occasione per questo post mi viene dal romanzo di Ken Follett La caduta dei giganti che è il primo volume della trilogia (The Century Trilogy) dedicata al Novecento e della quale, proprio in questi giorni, è uscito in Italia il secondo volume, L'inverno del mondo.

Di questo progetto di Follett e del mio desiderio di immergermi nella lettura dell'intera opera vi avevo già detto in un altro post. Vi avevo detto anche di qualche perplessità che riguardava la non piena corrispondenza della scrittura di Follett rispetto ai miei gusti. Ma l'amore per la Storia e l'amore per il romanzo che tanto spesso è capace di indagarla fino nelle cose più nascoste eccetera, erano molto più forti delle resistenze che avevo su questo scrittore. Peraltro osannato da schiere di lettori.

Ebbene, due anni fa mi fiondo nella lettura del primo volume. Mi fiondo rende bene l'impulsività dell'approccio che ho avuto con il libro. M'aspettavo ferro e fuoco, lapilli e lava. E invece niente. Una noia pazzesca. Poche pagine. Una cinquantina forse. E il libro ritorna nello scaffale.
Che peccato, mi sono detto. Ma mi sono detto pure cosa vuoi farci, te lo sei meritato. Lo sapevi e lo sapevi. E allora? Ben ti sta, testone!

Siccome non voglio rovinarvi questa domenica, la faccio breve. Non vi sto a raccontare che, per esigenze di lavoro, devo mettermi a spulciare romanzi storici e che, dunque, capito di nuovo dalle parti della Caduta dei giganti. Però, e questo è il succo del discorso, il libro questa volta mi prende. E vado avanti spedito nella lettura. E leggo e penso a come sia possibile leggere Follett e pensare che, dopotutto, non è male.

Eppure so che non è una novità. Altre volte mi è accaduto che libri accantonati per anni abbiano poi richiesto la loro giusta mercede. E dunque capita. Le cose cambiano e i libri cambiano. È una questione di tempo; è una questione di pazienza. E, vedete, mi chiedo con meno saccenza di una volta come mai i libri di Follett abbiano tanto successo. La risposta è in un aggettivo che per molti versi mi piace e mi è sempre piaciuto ma che, come dire, ho sempre tenuto lontano dall'universo narrativo. Siamo tra amici, e quindi mi direte voi perché. E l'aggettivo è (lo metto in corsivo) popolare.


Già, popolare. Perdo un pomeriggio a rimettere in ordine alcuni tasselli, e di nuovo mi viene in aiuto l'idea che la biblioteca è un universo. E che dentro c'è un altro universo, fatto di storie, e ognuno può e deve appropriarsi delle storie che gli servono, che in quel momento gli sono utili. Anche se rispondono al bisogno di un giorno solo o di un periodo magari particolare. Letteratura popolare. Letteratura grande. Non voglio dire che Follett sia, chessò, Dumas padre. Ma da un po' a me piace leggere, in giro per il web, (perché sono molto istruttivi) tutti quei commenti di lettori lontani e anonimi. E molti sono quelli che lo scrittore gallese riesce a catturare e ad affascinare. Ad appassionare alla lettura. Non è poco. Non è per niente poco.

Una grande lezione di democrazia; una lezione di cui in questo momento abbiamo molto bisogno. E che forse da sempre è stata prerogativa della letteratura che offre tutto a tutti, chiedendo in cambio solo abbandono, fiducia, entusiasmo, pazienza, perseveranza.

Ora mi giro intorno e guardo gli scaffali della mia libreria. Qualche migliaio di libri. E mi pare di vedere spuntare un sorriso qua e là da qualche costa. Una specie di avvertimento. Ehh, sembra dirmi qualche titolo, mi hai messo da parte ma io ho non ho fretta. Chissà, forse qui ritornerai con meno foga, con più accortezza e lungimiranza. Con un senso più pieno del presente. Spesso nei fatti della letteratura ci vuole pazienza. Come nei fatti della vita.

Ernest Hemingway. Foto dal web.
Accetto l'avvertimento, che è anche una sfida. E che bello se tra questi sorrisi ci fosse anche quello di Hemingway. Mi piacerebbe sapere che sta aspettando. E mi piacerebbe, un giorno, potermi scusare con lui della mia fretta di un tempo. Ma allora ero giovane. Troppo giovane.

3 commenti:

  1. Affascinante concetto quello che ognuno deve appropriarsi delle storie che gli servono. Affascinante e vero, visto che anch'io spesso mi sono ritrovata ad abbandonare libri che poi ho ripreso con maggior entusiasmo. Si', Attilio, ho proprio apprezzato questo tuo post. Buon fine di domenica e buon inizio settimana.

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    1. Grazie. Il tuo apprezzamento e la gentilezza del tuo tono mi fanno davvero molto piacere. E sono contento che in questo spazio ci si senta liberi di parlare serenamente del proprio rapporto con i libri e con la lettura.
      Un caro saluto, e un augurio di buon inizio settimana anche a te.

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  2. "Le Cose Sono Come Sono. Le cose ci sono, sono lì a rispondere ai nostri sguardi più o meno sicuri, alle domande che non facciamo e nemmeno sappiamo, a salvarci e a condannarci: sempre e pur tuttavia solo cose. Sarebbero chiare se noi non fossimo così confusi." (Cit.)
    Premesso questo, credo che, molto in generale, difettiamo tutti di attenzione e che troppo spesso non cogliamo quel che di buono c'è da cogliere; non coltiviamo con cura sufficiente le nostre letture, i nostri scambi, i nostri ortaggi; non cogliamo - poichè perduti nell'universo - quel dettaglio che era sotto i nostri occhi.
    Eppure era sempre stato lì.
    La popolarità non è, di per sè, un valore: ovvio.
    Tuttavia non è un disvalore e non è un impedimento ad una fruizione alta (e qui parlo di libri).
    S. King è popolare, per esempio, e a mio avviso ha scritto cose eccellenti.
    Ha smesso di farlo (ma questa è un'altra storia) ma i suoi primi romanzi sono eccellenti.

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