La penultima volta che mi sono recato in una libreria, il 13 novembre, avevo le idee abbastanza chiare.
Contrariamente a quanto mi accade troppo spesso sapevo, già da quando sono uscito di casa, reparti da visitare e libri da acquistare. Non come mi succede quasi sempre, e cioè di vagare tra un reparto e l'altro senza sapere bene a cosa dedicarmi e poi ritrovarmi alla cassa con libri arraffati sullo slancio del momento. Non voglio dire che io prenda libri dagli scaffali così come si può prendere questo o quello yogurt, oppure questa o quella marca di fette biscottate. Questo no. Ma troppo spesso impatto con libri il cui desiderio di lettura era sedimentato già da tempo oppure mi trovo davanti a un libro recente. Chessò, magari Parla, ricordo, l'ultimo libro di Nabokov (come mi è accaduto ieri, ultima visita in libreria). E allora, come dire, prendo e porto a casa.
Altre volte, animato da un rigore e da un presunto e definito programma di lettura (rigore e ordine che non sempre mi appartengono), preparo una lista, e via. Capita poi che, in loco, la lista vada a farsi benedire perché intanto sfilano davanti ai miei occhi titoli e autori che lì per lì hanno più potere di cattura (o di coercizione?).
Ma il 13 novembre le cose sono andate in maniera diversa. I titoli erano già tutti nella mia testa, e non c'era dunque bisogno di una lista. Insieme ai titoli, nella mia testa erano ben chiari anche i motivi per cui, quella sera, avrei acquistato quei libri e non altri.
Per dire come sono andate veramente le cose conviene procedere con ordine. Da qualche giorno, dopo interessanti proficue oziose discussioni con un collega parimenti onnivoro in faccende di libri, mi butto nella lettura di Breve storia dell'infinito del professor Paolo Zellini. Ci vuole poco perché la lettura mi catturi e mi affascini. La matematica, la filosofia, qua e là incursioni nella letteratura (Borges) e in alcune delle riflessioni più penetranti del secolo scorso (secolo scorso? ma, sarà come sarà, io mi sento ancora e sempre uomo del Novecento. È grave?). E dico richiami ai Quaderni di Simone Weil. E allora, alla notizia che quel famigerato collega - il quale, incurante del mio budget familiare, ogni tanto mi propina cataloghi pericolosamente interessanti - sta leggendo Numero e logos, io devo seguire il corso dei pensieri di Zellini. Dunque, Numero e logos.
Chi l'avrebbe mai detto. Sono stato da sempre un appassionato delle avventure di Don Camillo e Peppone, che per me continuano ad avere (ahi!) le facce di Fernandel e di Gino Cervi. Chi l'avrebbe mai detto, dicevo. Capita che devo occuparmi, per Segnocinema, di cose che hanno a che fare anche con questi due eroi. E allora non posso fare a meno di cominciare a leggere l'originale. Ecco che Don Camillo di Giovannino Guareschi sarà la prossima lettura. A cui seguirà molto altro di Guareschi. Mi conosco, e conosco la mia attrazione per la conoscenza complessiva di un autore. Tra l'altro - inciso - scopro con colpevole ritardo che Guareschi è stato militare nella mia città natale intorno alla metà degli anni Trenta. E che alla mia città ha dedicato una serie di fotografie belle e molto interessanti. Dunque, Don Camillo.
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| Foto scattata il 2 novembre 2010 |
Tra fine ottobre e inizio novembre ho trascorso piacevoli giornate sull'appennino. Giornate che mi hanno lasciato una grande nostalgia. Degli amici, della montagna, dello scorrere lento del tempo, del fiume in quei giorni tanto maestoso da mettere quasi in apprensione. In particolare di una persona che ho intravisto per un attimo e che per un attimo mi ha rivolto la parola per spiegarmi come aggirare il difetto del distributore automatico della stazione. L'ho ringraziato e mi sono avviato al binario. Ma quando mi sono reso conto che era proprio lui, e mi sono girato per chiamarlo, era già lontano con una vecchia signora che qualcuno gli aveva affidato e che lui stava accompagnando chissà dove.
Ora mi torna in mente la sua figura curva di ultraottantenne, e lo rivedo in un giorno d'estate di un paio d'anni addietro con la sua bicicletta in giro, a fermarsi e a parlare con tutti; a portare a termine qualche commissione o qualche altro impegno che lo fa muovere in su e in giù per la montagna. A parlare dolcemente con sua figlia.
Non posso fare a meno di ripensare - e di immaginarmi - i suoi colloqui, tanti e tanti anni fa quando la sua fede era ancora ministero (ma, non si è sacerdoti in eterno?), con don Lorenzo Milani. E di quei colloqui c'è testimonianza in alcune lettere brevi e belle. Se avrò possibilità, e se a lui farà piacere, racconterò un giorno la sua storia. Perché è una storia di dedizione, di amore incondizionato e struggente e, forse, di malinconica solitudine. Un giorno.
E dunque, Lettera a una professoressa. Ma anche per altri motivi che vengono prima di questa conoscenza d'appennino, e che sono legati agli anni lontani della mia formazione. Motivi che dirò. Un giorno.





