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Collaboro dal 1993 con la rivista "Segnocinema". Amo l'appennino pistoiese, l'Aglianico del Vulture, i miei amici. Tengo per il Toro, e sono un lettore pressoché onnivoro. Ho scritto due romanzi, 'Ho una storia per te' e 'L'odore della polvere da sparo', entrambi pubblicati da Edizioni Spartaco.

martedì 17 maggio 2011

Lo conosce Salgari?

Emilio Salgari.
Nell'ultimo post, che a causa di una indolente pigrizia ho scritto più di un mese fa, me la prendevo in maniera bonaria e affettuosa con Simenon. Mi pare per una questione che avesse a che fare con riflessioni circa una particolare età. Che, guarda caso, è proprio la mia età. Avvertivo Georges: per ripicca nei suoi confronti, gli avrei dimostrato come l'età su cui Maigret e il suo medico discettavano in maniera malinconica è ancora un'età capace di abbandonarsi al desiderio dell'avventura.
Quella letteraria, intendevo dire. Ovvio allora che il primo e più importante nome che mi veniva in mente fosse quello di Emilio Salgari.

E c'erano già pronte molte cose da dire. Tanto che avevo approntato un piccolo schema di appunti per una nota dal titolo Il dovere e il piacere 2.
Antonio Palermo
Avrei parlato di Salgari e, nel suo nome, di due intellettuali a cui devo in maniera diretta o indiretta la mia formazione. Ho pensato allora al compianto professor Antonio Palermo, mio docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea all'Università di Napoli. A lui devo la visione della letteratura come momento di forte impegno civile. E se in questo c'è di sicuro l'ombra di Francesco De Sanctis, spesso oggetto dei corsi del professore, un ruolo importante hanno anche avuto le riflessioni di Palermo proprio su Salgari che allora a me, giovane e inesperto (si dice così?), apparivano un po' fuori luogo. Ma come, parlare di Salgari all'Università? C'è poi Claudio Magris. E basta leggere le sue note al Corsaro nero o i suoi ricordi sul "primo" libro della cui lettura conserva viva memoria per capire quello che voglio dire.

Ho paura di andare per le lunghe e mi fermo qui: è solo un breve appunto di quello che avrei voluto dire. Forse ci sarà Il dovere e il piacere 2, ma non ora. Perché nel frattempo sono successe altre cose. Che hanno ovviamente a che fare con i libri. E dunque, come sempre, con tutto.

Nei giorni scorsi sono stato a Torino, e per una giornata intera ho girovagato tra i grandi e affollati spazi del Salone del libro. Veramente la maggior parte del tempo l'ho passata con il mio editore per discutere di quelle ultime cose che precedono l'uscita di un libro. Perché poi c'è l'estate, e ottobre è ormai qui. E questa è stata una emozione forte che si è sommata a quella di vivere immerso, per un giorno, in mezzo a migliaia di titoli. Un universo in cui è piacevole girovagare, perdersi, fluttuare quasi.

Ma l'altro aspetto che mi ha letteralmente catturato, fino a un improvviso e destabilizzante innamoramento, è stato perdermi tra le strade della città.
Della bellezza di Torino non riuscirò a dire cose adeguate alla realtà. Racconterò allora solo le emozioni. E vi avverto: pensate pure a qualcosa di melodrammatico, ma c'è stato un momento nel quale a stento ho trattenuto una lacrima.

E sia. Diciamo le cose come stanno. Torino mi si è presentata nella festa, nel colore e nel calore di migliaia e migliaia di bandiere tricolori. Non mi dilungo e dico quel che c'è da dire: è una sensazione che scava nell'anima e dà sollievo. Voglio dire sentirsi italiani. Davvero, a Torino ho incontrato l'Italia. La mia Italia. Il paese che amo e per il quale sono (siamo?) in apprensione da tempo. Ma a Torino ho tirato un sospiro di sollievo. Il Risorgimento. L'Italia. Noi. Ci siamo, dunque.

Passiamo oltre. Perché anche questo tripudio di tricolori va visto. Le mie parole sono poca cosa per rimandarne il calore.

Devo sbrigarmi perché lo spazio non è tanto, e se ne approfitto troppo rischio di annoiare. Si va a Torino e non si sale a Superga? E quel sentimento di affetto torinista che mi porto dentro (chi legge questo blog ne troverà qualche traccia) non deve avere la sua parte? Ma certo che la deve avere, anche se non sa a quale prezzo.
E Torino non lascia soli. In autobus, lungo corso Casale, il signore con cui già dalla fermata si è entrati in cordialità ("Bella città, Torino". "Davvero? Grazie, fa piacere sentirlo dire". "Eh, sono un vecchio cuore granata". "Oggi noi votiamo. Chiamparino ha fatto bene. Speriamo per Fassino") indica il parco e poi il vecchio velodromo e poi, quasi con timore: "Mi scusi, sa, se continuo a importunarla. Ma vede, vede quella casa lì? Guardi quel balcone. Vede? Lì ci abitava Emilio Salgari. Lo conosce? Da bambino ho letto i suoi libri. Erano libri d'avventura".

Il cuore fa un balzo. Certo che lo conosco Salgari. Anzi, è da più di un mese che ne voglio parlare nel mio blog. Questo però non lo dico.

I ragazzi del Toro
Si sale a Superga, e ancora una volta la bellezza del posto va vissuta più che sentita raccontare. Giriamo nella Basilica e poi scendiamo nella cripta dove riposano i Savoia. Interessante. Ma la mia mente e il mio desiderio sono altrove. E basta percorrere qualche metro dietro la Basilica, un po' più giù. Ecco il posto. Eccoli "i ragazzi del Toro". Era il 4 maggio 1949. Una giornata impossibile. Pioggia nebbia e tutto quello che ci si può aggiungere. E poi lo schianto. E da allora il dolore a cui la leggenda, da quel giorno, si accompagna stretta come a un innamorato che non si vuole perdere. Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Ossola, Gabetto, Mazzola, Ferraris... e gli altri, tutti gli altri. Erano ragazzi. I "ragazzi del Toro". E qui ho dovuto avere forza, e quella lacrima si è trattenuta a stento.

Ripensavo a tutte queste cose, la sera, a cena nell'Osteria di via Sant'Agostino. Il tricolore, i libri, il Toro, i ragazzi sorridenti dell'Osteria, la buonissima farinata che mi hanno consigliato. Ritornerò presto a mangiarla. Vorrei ringraziarli per aver chiuso con la loro sorridente e laboriosa giovinezza questi giorni a Torino. Ma chissà se leggeranno mai questo post.